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Tiziano Treu: «Sì al vaccino per gli statali in front office»

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Limitare la libertà di scelta, in tempo di pandemia, è “costituzionalmente possibile”, ma bisogna evitare di “sparare nel mucchio” e, dunque, non prevedere un obbligo vaccinale valido per tutti i dipendenti pubblici in quanto tali, ma demandare a un accordo di comparto l’individuazione dei casi in cui, nella P.a., sarà necessario il vaccino per lavorare, e i casi in cui invece si potranno introdurre altri sistemi di minimizzazione del rischio di contagio da Covid-19. Questa la posizione su vaccini, green pass e lavoro pubblico del presidente del Cnel, Tiziano Treu. Che afferma: “Di fronte al pericolo di contagio la sicurezza prevale. Questo principio va applicato” ma “in una misura ragionevole per evitare danni”.

Il Presidente Mattarella ha lanciato il monito: vaccinarsi è un dovere. Biden negli Usa ha intenzione di imporre l’obbligo vaccinale ai dipendenti federali. E anche in Italia sembra si vada in questa direzione. Che ne pensa?

In linea generale, di fronte al pericolo del contagio da Covid-19, oggettivamente grave, il valore della sicurezza pubblica è prevalente. Quindi sono giustificate, anche da un punto di vista costituzionale, le limitazioni alla libertà individuale. Per quanto riguarda il lavoro c’è un ulteriore criterio: il datore di lavoro è responsabile della sicurezza dei propri dipendenti. Questo, nel caso del settore privato, ha portato molti datori di lavoro, come Cucinelli, a dire: i miei lavoratori se non sono vaccinati non li voglio, perché sono responsabile della sicurezza di tutti, e dunque li sospendo.

Anche nel Pubblico impiego si potrebbe dunque prevedere lo stesso.

Nel pubblico la situazione è un po’ diversa ma il principio è lo stesso. Io quello che suggerirei è che è bene, questo principio, calarlo nella pratica con un accordo. E prevedere l’obbligo vaccinale quando è proprio necessario. Perché, ad esempio, può non esserlo se uno lavora in un reparto dove è facile isolarsi dai colleghi. Quindi è bene che ci siano degli accordi che stabiliscano che dove la vicinanza con gli altri può esporre al pericolo di contagio ci sia l’obbligo di vaccino, e dove il pericolo è meno grave possano essere previsti invece altri strumenti, diversi dall’obbligo vaccinale. Proprio per non sparare nel mucchio e non fare un intervento troppo assoluto.

Quindi potrebbe essere previsto l’obbligo di vaccino ad esempio per lavori di front office.

Esatto, in tutte quelle situazioni in cui si è a contatto con il pubblico, oppure anche a contatto con colleghi, senza possibilità di distanziamento. Ci sono, al contrario, situazioni in cui ci si può distanziare oppure addirittura si lavora a distanza. Per questo ci vuole un accordo per definire i casi in cui il vaccino anti Covid sarà necessario per lavorare nella P.a.

Quindi pensa a una norma quadro di carattere generale e degli accordi per calarla nella realtà?

No, penso a un accordo che viene poi trasferito in una norma, come si fa di norma nel pubblico impiego. Secondo me sarebbe meglio, per modulare nel miglior modo possibile il maggior sacrificio della libertà. Che comunque, se c’è il rischio, può essere limitata.

Presupponendo che un obbligo venga introdotto, come è stato per il personale sanitario, cosa fare con chi non si vaccina comunque? Si potrebbe optare per lo smart working, come potrebbe profilarsi per la scuola con la Dad?

Ma lo smart working non si può fare sempre. E, nel caso della scuola, la Dad è un sistema che, si è visto, è molto negativo per l’apprendimento. Quindi non è una soluzione. Come non lo è sempre lo smart working nella Pubblica amministrazione, in cui ci sono dei lavori che si possono fare da remoto e altri no. D’altronde abbiamo visto degli uffici sguarniti completamente durante questa pandemia, che per i cittadini è un disastro. Ripeto: bisogna vedere quali sono i casi in cui l’obbligo vaccinale è necessario e quali invece quelli per cui si può evitare.

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