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Caro Tiraboschi, le spiego perché la contrattazione nel pubblico impiego non è una finzione

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La migliore tradizione del riformismo italiano, anche quella cui apparteneva Marco Biagi, non ha mai avuto paura del confronto aperto tra idee diverse. È nello stesso spirito che meritano una discussione critica le recenti riflessioni di chi di Biagi è riconosciuto come erede accademico e culturale, ossia il professor Michele Tiraboschi, docente ordinario di Diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore del Centro Studi ADAPT (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni industriali).

Vengo subito al punto: il professor Michele Tiraboschi sostiene che la contrattazione collettiva del pubblico impiego non possa essere assunta a modello perché sarebbe, nelle sue parole, «una contrattazione senza mercato e senza veri antagonisti». Aggiunge che nel pubblico «i salari sono “posta di finanza pubblica” e come tali decisi dalla politica, non l’esito di conflitto negoziale»; che la «rappresentatività certificata» non eviterebbe «vacanze contrattuali lunghissime, rinnovi retroattivi e dinamiche decise dalla politica»; e che il contratto collettivo pubblico finirebbe per diventare «una fonte regolamentare», perdendo la funzione tipica propria del settore privato.

Sono osservazioni nette, che meritano una risposta altrettanto chiara.

Primo punto: il pubblico impiego è “senza mercato”. È vero. Ma non è un limite: è la sua funzione costituzionale.

Il pubblico impiego opera, per sua natura e per scelta costituzionale, fuori dalle logiche di mercato. Lo Stato non fa mercato. Lo Stato eroga servizi. Li eroga a chi è nel mercato e a chi non potrebbe mai pagarli. Garantisce diritti, continuità amministrativa, sicurezza, istruzione, sanità, previdenza, assistenza, giustizia sociale.

Contestare la contrattazione pubblica perché non nasce dentro lo scambio di mercato significa applicare al lavoro pubblico una categoria che non gli appartiene. Il punto non è che manchi il mercato. Il punto è che il pubblico esiste proprio dove il mercato non basta, non arriva o non deve decidere.

Quando Tiraboschi afferma che nel pubblico «i salari sono posta di finanza pubblica», coglie una parte del problema, ma non tutta la realtà. Certo, le risorse pubbliche sono definite dentro un quadro politico e finanziario. Ma questo non annulla la contrattazione. La colloca dentro un perimetro di responsabilità collettiva.

Anche nel settore privato la contrattazione non avviene mai nel vuoto: esistono vincoli di bilancio, margini industriali, produttività, concorrenza, crisi aziendali, scelte d’impresa. Il fatto che vi siano vincoli non elimina il negoziato. Ne definisce il campo.

Secondo punto: non è vero che manchino “veri antagonisti”.

L’affermazione secondo cui il pubblico sarebbe una contrattazione «senza veri antagonisti» sorprende chiunque viva dall’interno le relazioni sindacali del pubblico impiego.

Nel pubblico il confronto è reale, spesso duro, e si sviluppa su più livelli: nazionale, integrativo, territoriale, amministrativo e politico-istituzionale. Si discute con l’Aran, con i ministeri, con il Dipartimento della Funzione pubblica, con le singole amministrazioni. Si negoziano istituti normativi, salario accessorio, ordinamenti professionali, progressioni, welfare contrattuale, orari, carichi di lavoro, tutele.

Ogni passaggio è attraversato da posizioni diverse e da conflitti veri. Le piattaforme sindacali non nascono nei comunicati stampa: nascono dai luoghi di lavoro, dalle assemblee, dal confronto con i lavoratori, dalle vertenze, dalle mobilitazioni.

Chi sostiene che non vi sia antagonismo dovrebbe forse partecipare più da vicino a queste dinamiche. Scoprirebbe che il conflitto esiste eccome. Solo che, nel pubblico, non si misura sul profitto d’impresa, ma sull’equilibrio tra diritti dei lavoratori, qualità dei servizi e responsabilità verso i cittadini.

Terzo punto: la rappresentatività certificata non è una patologia. È una garanzia democratica.

Tiraboschi osserva che la «rappresentatività certificata» non impedisce le patologie del sistema. Ma nessun modello istituzionale elimina da solo ogni problema. La domanda corretta è un’altra: meglio un sistema in cui la rappresentanza è misurata o uno in cui è soltanto dichiarata?

Nel pubblico impiego la rappresentatività sindacale è certificata sulla base di dati oggettivi: iscritti ed elezioni Rsu. Non basta proclamarsi rappresentativi. Bisogna dimostrarlo. E bisogna farlo davanti ai lavoratori, che votano periodicamente i propri rappresentanti.

Questo è un punto di forza, non di debolezza. È democrazia applicata.

Inoltre, i contratti collettivi nazionali non entrano in vigore per la firma isolata di un sindacato vicino al governo o all’amministrazione di turno. Richiedono il raggiungimento di una rappresentatività cumulata pari almeno al 51 per cento. È una soglia che tutela il pluralismo e impedisce che una minoranza possa imporre da sola le regole a tutti.

Quarto punto: le vacanze contrattuali sono un problema della politica, non della rappresentanza sindacale.

È vero: nel pubblico impiego ci sono state «vacanze contrattuali lunghissime» e rinnovi spesso retroattivi. Ma attribuire questa criticità al modello di rappresentatività o alla natura pubblica della contrattazione significa sbagliare bersaglio.

I ritardi nei rinnovi dipendono dalle risorse stanziate, dalle scelte dei governi, dalle leggi di bilancio, dai vincoli di finanza pubblica, dai tempi decisionali della politica. Non dipendono dal fatto che i lavoratori votino le Rsu o che i sindacati debbano dimostrare la propria rappresentatività.

Anzi, proprio la forza organizzata delle rappresentanze sindacali ha spesso permesso di riaprire tavoli, sbloccare trattative, ottenere stanziamenti, recuperare almeno in parte il potere d’acquisto perduto, e non va dimenticato che proprio grazie all’azione di sindacati, come il nostro, si è riusciti a ottenere, tramite ricorso alla Corte Costituzionale, la fine del blocco ope legis di turn over e contratti.

Quinto punto: il contratto pubblico non perde la sua funzione. La esercita in un contesto diverso.

Secondo Tiraboschi, nel pubblico il contratto collettivo diventerebbe «una fonte regolamentare» e perderebbe la sua funzione tipica. Ma qui sta l’equivoco principale.

Il contratto pubblico non deve imitare il contratto privato. Deve svolgere la propria funzione dentro un ordinamento diverso, in cui il datore di lavoro è pubblico, le risorse sono collettive e il fine ultimo non è il profitto, ma il servizio alla comunità.

Questo non lo rende meno contrattuale. Lo rende più delicato.

Perché nel pubblico impiego ogni contratto incide contemporaneamente sui lavoratori, sulle amministrazioni e sui cittadini. Dietro quelle norme ci sono infermieri, insegnanti, funzionari, operatori della sicurezza, tecnici, amministrativi, personale degli enti pubblici: donne e uomini che garantiscono ogni giorno la tenuta civile del Paese.

Il pubblico impiego non è una contrattazione minore. È una contrattazione più esposta, più complessa, più vincolata, ma anche più trasparente e più democratica.

Si può certamente discutere di come migliorarla. Si può parlare di tempi dei rinnovi, valorizzazione professionale, risorse, produttività pubblica, partecipazione, qualità dei servizi. Ma non si può liquidarla come una contrattazione “senza mercato” quasi che questo fosse un vizio d’origine.

Perché non tutto ciò che non risponde al mercato è una patologia.

A volte è semplicemente lo Stato sociale.

A volte è garanzia dei diritti.

A volte è democrazia.

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