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Tfs statali, governo fermo. Torna la via della Consulta

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Hanno salvato vite. Sono stati accanto ai malati di Covid quando nessuno poteva starci. Hanno garantito l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini durante la pandemia. Sono stati il “front office” dello Stato, quando nei Comuni le persone disperate per la crisi economica bussavano a chiedere aiuto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, li ha chiamati i “volti della Repubblica”. Gli uomini e donne della Pubblica amministrazione.

Già una volta, nel passato recente, avevano salvato lo Stato. Lo hanno fatto durante quello che il ministro della pubblica amministrazione definisce il “momento Merkel”. Durante la crisi dello spread del 2011. Quando dopo la tremenda lettera inviata al governo Berlusconi dall’allora presidente della Bce, Jean Claude Trichet, e dal suo successore, Mario Draghi, furono chiesti all’Italia sacrifici durissimi. Lacrime e sangue.

I dipendenti pubblici, di quella stagione, hanno pagato uno dei prezzi più duri. Il blocco del rinnovo dei contratti per quasi dieci anni. Il blocco del ricambio generazionale che ha portato la Pa italiana ad avere un’età media dei suoi dipendenti di oltre 50 anni. Il blocco delle carriere. Ora su tutti questi punti, gliene va dato atto, il ministro Brunetta ha deciso di invertire la marcia. Ma c’è una questione sulla quale tutto tace. Il governo e il Parlamento sono fermi, inerti. E lo sono nonostante l’avvertimento, chiarissimo, dato dalla Corte costituzionale nella sentenza 159 del 2019: il Tfs.

I volti della Repubblica ricevono la loro liquidazione fino a cinque anni dopo aver lasciato il lavoro. Nel 2011 la misura servì a contribuire al risanamento dei conti. Oggi non ha più senso. Siamo, per citare sempre Brunetta, in un altro momento storico, il momento “Hamilton”. Alexander Hamilton è stato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. Nel 1790 riuscì a trasformare il debito che le 13 colonie avevano accumulato nella lotta per l’indipendenza dal Regno Unito in debito pubblico del nuovo stato federale, mettendo così le basi per la nascita dei moderni Stati Uniti.

Se il momento è questo, ritardare ancora il pagamento del Tfs agli statali ha il sapore di una misura punitiva. Che comunque, presto o tardi sarà spazzata via dalla Corte costituzionale. I giudici hanno già detto chiaramente qual è il loro orientamento. Rimandare il pagamento della liquidazione è giustificabile solo se si lascia il lavoro in anticipo, come nel caso dei prepensionamenti di Quota 100. Ma se si esce al momento in cui si sono maturati tutti i requisiti ordinari, allora trattenere per altri due anni il Tfs non può essere consentito. I giudici avevano invitato governo e Parlamento a provvedere. E’ stato inventato il prestito dei 45 mila euro da parte del sistema bancario.

Per i dipendenti pubblici bussare in banca per farsi prestare soldi che sono i propri è umiliante. E’ possibile che presto la questione possa tornare alla Corte costituzionale. Proprio oggi, su ricorso di un pensionato Unsa difeso dall’avvocato Antonio Mirra, si tiene un’udienza al tribunale di Velletri sul caso di una pensionata. I giudici potrebbero rivolgersi alla Consulta. Se dovesse succedere, la decisione sarà quasi del tutto scontata. I dipendenti torneranno ad avere la loro liquidazione appena andranno in pensione. Ma c’è una finestra di opportunità per il governo e il Parlamento. Prima che i supremi giudici debbano di nuovo esprimersi, possono mettere fine a questa ingiusta disparità con i lavoratori privati. Un segno di riconoscimento ai volti della Repubblica.

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