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Tfs, per gli statali ci sono altri due anni di attesa. Consulta ignorata, partono le diffide

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la Corte Costituzionale
Rome, Italy -La Corte Costituzionale Istock photo

La politica dello struzzo non è mai la migliore scelta. Le questioni non risolte hanno il brutto vizio di ripresentarsi sempre, ficcare la testa nella sabbia, quindi, non le fa sparire, tanto più se nascono da una palese e costantemente reiterata violazione dei diritti dei lavoratori. Mi riferisco al tema annoso e perennemente attuale del TFS dei dipendenti pubblici, il Trattamento di fine servizio che viene pagato non al momento dell’andata in pensione del lavoratore, come succede con il TFR del comparto privato, ma anni dopo (anche cinque e nei casi peggiori persino sette anni più tardi). Il governo, questo in carica, ma vale anche per quelli che lo hanno preceduto, non ha mai provato seriamente a risolvere il problema, nonostante due sentenze della Corte Costituzionale abbiano chiesto esplicitamente di allineare i tempi di erogazione del TFS a quelli del TFR del settore privato.

L’unica soluzione che sono stati in grado di mettere in campo è stato l’anticipo di parte della somma erogato direttamente dall’Inps (a un interesse fisso dell’1%). Ma si è trattata di un esperimento durato pochissimo, e già archiviato definitivamente dall’Istituto di Previdenza per esaurimento fondi. Oddio, c’è sempre la possibilità di ricorrere alla convenzione stipulata a suo tempo tra governo e banche, ma il costo degli interessi sull’anticipo del TFS è comunque a carico del pensionato pubblico, il che significa che per avere 45 mila euro di anticipazione della liquidazione (tetto massimo del prestito), il richiedente dovrebbe pagare circa 1500 euro di interessi, su soldi che sono già suoi, perché come ha esplicitamente dichiarato la Consulta il TFS è retribuzione differita, al pari del TFR dei dipendenti privati. Si può capire, quindi, se non c’è la fila di fonte alle banche, mentre piovono sui tavoli dell’Inps centinaia di diffide di dipendenti pubblici che richiamandosi alla sentenza numero 130 del 2023 della Corte Costituzionale, l’ultima delle due emesse in materia, chiedono uniformità di trattamento con i colleghi privati.

A renderlo noto è stato il Civ, il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Istituto, che nella sua relazione annuale ha riferito «che stanno pervenendo numerose diffide da parte degli iscritti con richiesta di pagamento del Trattamento di Fine Servizio a seguito di cessazione senza dilazione o differimento e con riconoscimento di interessi legali dal dovuto al saldo». E non una, ma ben due diffide, le abbiamo inviate anche noi di Confsal-UNSA, spedendole non all’istituto, che certo non può andare contro norme che, per quanto censurate dalla Corte, sono pur sempre inserite in leggi dello Stato. Noi le diffide le abbiamo mandate al Governo che, insieme al Parlamento, è il destinatario dell’invito della Corte a risolvere il problema alla radice, modificando le norme di legge che sono in vigore dai tempi del Governo Monti. Norme, è bene ricordare, varate in via eccezionale per risolvere la contingente emergenza dei conti pubblici e come sempre poi accade in Italia, diventate permanenti, perché qui da noi, come diceva Prezzolini, “non c’è nulla di più definitivo del provvisorio”.

È il governo, insomma, che si deve muovere, non basta che dia disposizioni all’Inps perché non si accumulino ulteriori ritardi rispetto a quelli stabiliti dalle norme (e vorrei pure vedere che non si prestasse questa attenzione). No, il macigno da rimuovere è proprio la normativa emergenziale che ci ha portato a questa situazione, oltre che a imporci un decennio di blocco del turnover e del rinnovo dei contratti. Un problema urgente perché il pericolo lo ha evidenziato lo stesso Civ, in un altro passaggio della sua relazione, in cui ha spiegato che per effetto dell’ultima legge di Bilancio, che ha abolito la possibilità di accedere alla pensione di vecchiaia anticipata con 65 anni, ci sarà un ulteriore ritardo della liquidazione del Tfs, visto che anche chi prima poteva accedere a questa soluzione, dovrà attendere di aver compiuto 68 anni, cioè che siano passati 12 mesi dal limite massimo per la pensione di vecchiaia, che attualmente sono 67 anni d’età.

La situazione, insomma, è pesante e l’insoddisfazione tra i lavoratori è altissima e come ho sostenuto in apertura, mettere la testa sotto la sabbia, serve a poco, mentre ci vogliono fatti concreti. Ci sono in parlamento alcune proposte di legge, per la verità bloccate dal veto della Ragioneria di Stato, secondo la quale eliminare gli slittamenti costerebbe alle casse pubbliche circa 14 miliardi di euro. Ora, che si tratti di cifre importanti è evidente ma nessuno di noi ha chiesto tutto e subito. Abbiamo sempre detto che siamo disponibili ad un percorso graduale che riporti in parità i diritti dei lavoratori pubblici e quelli privati, sediamoci intorno a un tavolo e cerchiamo una via d’uscita.

Non fare niente può solo peggiorare la situazione. E in questo spirito faccio subito una proposta. Perché non si modificano le norme attuali almeno per i nuovi assunti, quelli che in pensione ci andranno tra qualche decennio. Per loro non c’è alcun problema di copertura che possa impedire l’approvazione di una norma. Mettere nero su bianco il diritto alla parità tra i trattamenti di fine rapporto se non per tutti i lavoratori pubblici, almeno per una parte di essi, può essere un primo passo. E come diceva il saggio Lao Tzu, “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo”.

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