Definire il tempo e il suo scorrere da un punto di vista filosofico è pratica assai ardua, almeno da quando Socrate spiegò ai suoi allievi che il tempo è un’astrazione che utilizziamo per comprendere il divenire, ma al di là della nostra percezione non ha una realtà propria, visto che il passato non è più e il futuro non è ancora, quindi il presente, come punto d’incontro tra due realtà inesistenti, non può essere a sua volta reale. Del resto, anche S. Agostino, tanto caro al nuovo Pontefice, ci dice che quando proviamo a definire il tempo questo si fa sfuggente e sembra impossibile catturarlo, mentre Jorge Luis Borges, forse il più grande scrittore del Novecento, nel suo Libro di Sabbia ci dice che “non c’è altro enigma che quello del tempo, quell’infinita trama dell’ieri, dell’oggi, dell’avvenire, del sempre e del mai”.
Deve essere in ossequio a cotanta tradizione filosofica se a due anni dalla sentenza della Corte costituzionale ancora nulla si è mosso sul fronte Tfs. Il 19 giugno del 2023, giusto due anni fa, l’Alta corte ha ribadito in termini ultimativi quanto già dichiarato in precedenti pronunce, ossia che il ritardato pagamento del TFS, posticipato anche di anni, è un grave “vulnus” dei diritti costituzionali dei dipendenti pubblici, e ha invitato i legislatori (chiamando in causa indirettamente anche il governo) a risolvere in tempi ragionevoli il problema, precisando che si tratta di un impegno “indefettibile” (cioè che non può essere messo in discussione) ed aggiungendo, per essere certi che non si possa estendere oltre ogni limite il concetto di ragionevolezza dei termini, che “la discrezionalità di cui gode il legislatore nel determinare i mezzi e le modalità di attuazione di una riforma siffatta deve, tuttavia, ritenersi, temporalmente limitata”.
Ora, io non sarò ferrato, come sicuramente sono gli onorevoli parlamentari, nell’esegesi del pensiero socratico o tantomeno di quello agostiniano, eppure a me sembra che due anni trascorsi senza che una minima decisione sia stata presa da governo e parlamento per eliminare, o quanto meno attenuare, questa palese e incostituzionale discriminazione tra lavoratori pubblici e lavoratori privati, sia un lasso di tempo già abbondantemente oltre quell’orizzonte “temporalmente limitato” indicato dai giudici costituzionali.
Lo sembra a me e sicuramente anche ai milioni di colleghi del pubblico impiego, per niente rassegnati ad essere figli di un dio minore, costretti nei casi limite ad attendere anche cinque anni per poter avere i soldi del Tfs, nonostante questi rappresentino, come ha ribadito più volte la Consulta, un salario differito al pari del Tfr dei dipendenti privati e di conseguenza il loro differimento e la loro rateizzazione siano contrarie alla Costituzione, in particolare ai principi di ragionevolezza e di tutela del diritto alla previdenza.
Ma noi, si sa, siamo uomini dal pensiero limitato. A noi due anni trascorsi inutilmente senza uno straccio di ipotesi di soluzione seria e credibile (che non siano i prestiti delle banche a totale carico del lavoratore) sembrano un sacco di tempo sprecato, mentre per chi è tenuto per obbligo costituzionale “indefettibile” a risolvere il problema, due anni appaiono probabilmente poca cosa. Del resto dal 2013 hanno stabilito che, in ossequio all’emergenza dei conti pubblici (onere che a quanto pare vale solo per i dipendenti dello Sato nelle sue varie articolazioni), noi si possa aspettare quei soldi per anni e anni. E quindi, cos’è questa fretta? Questo volere definire quanto può durare una ragionevole pausa di riflessione? Il tempo è per natura infinito, tende all’assoluto, al divino, perché volerlo definire in termini così prosaici?
Se non l’averte capita ve la spieghiamo noi la ragione, cari legislatori: due anni d’attesa sono già troppi perché la pazienza dei lavoratori pubblici, a differenza del tempo, non è infinita e siccome soffriamo questa condizione da tredici anni, adesso non vogliamo attendere più neanche un minuto. Del resto, noi che non siamo filosofi, sappiamo bene come definire il tempo, per noi gente comune un “istante” è la frazione di tempo che intercorre tra la luce verde che si accende al semaforo e il colpo di clacson dell’autista in fila dietro di noi. Vabbé, questa più che senso comune è una vecchia barzelletta, ma che abbiamo esaurito la pazienza è al contrario una cosa molto seria. Non sottovalutatela.
