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Il Tfs dei dipendenti pubblici ostaggio del silenzio della politica

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Poco prima di salire sul patibolo, il teologo Dietrich Bonhoeffer, impiccato dai nazisti nelle ultime settimane di guerra, ci lasciò una frase che è forse il più alto atto d’accusa mai pronunciato contro l’ignavia: Il silenzio di fronte al male è male di per sé: Dio non ci riterrà innocenti. Non parlare è parlare. Non agire è agire”.

Ripensavo a queste parole commentando con altri colleghi sindacalisti l’assordante silenzio con cui la politica ha accolto la decisione della Corte costituzionale del 5 marzo scorso, con cui la Consulta ha censurato per la terza volta gli insostenibili ritardi con cui lo Stato datore di lavoro paga ai suoi dipendenti il TFS-TFR, questione che da quasi tre lustri rappresenta uno dei casi più evidenti di frizione tra diritti dei lavoratori e lentezze della politica. Non si tratta di una questione marginale: riguarda il trattamento di fine servizio o di fine rapporto, cioè una componente della retribuzione maturata nel corso della vita lavorativa e destinata a essere percepita al termine del servizio. Eppure, proprio nel momento in cui il lavoratore conclude la propria carriera, quella somma può restare bloccata per mesi o anni.

La disciplina vigente prevede, infatti, tempi di pagamento molto più lunghi rispetto a quelli previsti nel settore privato. Non solo l’erogazione è differita, ma in molti casi può essere anche rateizzata, con ulteriori dilazioni. Ciò significa che un dipendente pubblico che va in pensione non riceve immediatamente quanto gli spetta, ma deve attendere un periodo considerevole prima di poter disporre delle somme accumulate.

La Consulta, nelle sue diverse ordinanze, ha evidenziato che il TFS-TFR costituisce, a tutti gli effetti, retribuzione differita, maturata durante il rapporto di lavoro. Il ritardo sistematico nel pagamento rischia, quindi, di entrare in tensione con i principi costituzionali che tutelano la giusta retribuzione e il diritto del lavoratore a percepire quanto gli spetta.

In tutte e tre le occasioni la Corte, rilevando questo vulnus ai diritti dei lavoratori, ha richiamato il legislatore alla necessità di intervenire, ma questa volta non si è limitata a un appello alla buona volontà dei politici, ma ha fissato anche una scadenza, quella del 14 gennaio 2027, giorno in cui, in assenza di una soluzione, si terrà una nuova udienza che potrebbe essere anche l’ultima, quella in cui le norme anticostituzionale potrebbero essere cassate una volta per tutte, con quel che ne conseguirebbe, ossia il pagamento immediato di tutti gli arretrati, che assommano ormai ad alcuni miliardi di euro. La Consulta, insomma, ha concesso un rinvio che ha tutta l’aria di essere un ultimatum. Del resto, quando è troppo, è troppo. L’attuale sistema di differimento è stato introdotto nel periodo in cui la crisi economica era più forte (2013) ed è stato giustificato proprio per distribuire nel tempo l’impatto sui conti pubblici. Non è accettabile, tuttavia, che quella che doveva essere una misura emergenziale si sia progressivamente trasformata in una regola stabile.

La conseguenza è che migliaia di lavoratori, una volta concluso il servizio, si trovano a dover attendere a lungo per ricevere risorse che appartengono loro. In molti casi si tratta di somme destinate a sostenere spese importanti: mutui, esigenze familiari, o semplicemente la transizione verso la pensione. Quel ritardo, quindi, non è solo una voce di bilancio nei conti pubblici, ma una profonda ingiustizia che incide concretamente sulla vita delle persone.

Negli anni passati il tema è riemerso ciclicamente, quasi sempre a ridosso delle decisioni della Corte costituzionale, ma si è trattato sempre di fuochi di paglia, l’attenzione si è sempre dissolta rapidamente, lasciando la normativa sostanzialmente immutata. È proprio questa distanza tra i segnali della giurisprudenza costituzionale e i tempi della politica a rendere la vicenda particolarmente significativa.

Ogni intervento della Corte rappresenta, infatti, non solo un giudizio tecnico, ma anche un richiamo al legislatore affinché ristabilisca un equilibrio tra le esigenze di bilancio e la tutela dei diritti. Quando questi richiami si ripetono nel tempo senza produrre cambiamenti sostanziali, emerge con evidenza l’incapacità del sistema politico di affrontare le questioni strutturali. Eppure, la questione, nella sua drammaticità, è semplice. Il nodo, in definitiva, riguarda il modo in cui lo Stato esercita il proprio ruolo di datore di lavoro. Se il trattamento di fine servizio fa parte della retribuzione, la sua corresponsione dovrebbe avvenire in tempi coerenti con la natura del diritto. Continuare a rinviare la soluzione significa prolungare una situazione che la Corte stessa ha più volte segnalato come incostituzionale, in gioco, quindi, non c’è soltanto un capitolo della normativa sul pubblico impiego, ma anche la credibilità delle istituzioni nel garantire che i diritti riconosciuti dalla Costituzione trovino effettiva applicazione.

Ebbene, di fronte a questa sfida, nonostante la scadenza ultimativa già fissata, la risposta della politica, di tutta la politica (maggioranza e opposizione), è il silenzio. L’arma degli ignavi! Fanno, insomma, finta di non capire che cosa significhi la data stabilita dalla Corte. Il 14 gennaio saranno appena due settimane dall’approvazione della prossima manovra di bilancio, ossia la legge che stabilisce ogni anno come saranno spesi i soldi pubblici. Ebbene la Corte, fissando quella data, ha stabilito l’arco temporale in cui la questione deve essere affrontata e risolta, cioè tutta all’interno della discussione della prossima manovra. Passato quel limite, i giudici si terranno le mani libere per sciogliere il nodo costituzionale, e dai tempi di Gordio sappiamo che più i nodi sono intricati, più l’unico modo per scioglierli è quello del colpo secco, tranciante. Ai politici, quindi, consiglierei caldamente di uscire dalla loro afasia, perché vale per tutti un’altra citazione, stavolta di Martin Luther king:Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici.”

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