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Il Tfs degli statali versato a rate e al rallentatore: lo scandalo verso la fine

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John Dryden, poeta, drammaturgo e critico letterario inglese, nella sua “Assalonne e Achitofel”, feroce satira della caotica politica inglese del XVII secolo, fa dire ad un suo personaggio: “Beware the fury of a patient man”, cioè: “guardati dalla furia di un uomo paziente”. Bene è un consiglio valido anche quattro secoli dopo e di cui governo e parlamento dovrebbero fare tesoro. Sì, perché non solo i dipendenti pubblici hanno esaurito tutta la pazienza di cui hanno dato innumerevoli volte dimostrazione, ma anche i giudici della Corte Costituzionale hanno chiarito, con l’ordinanza n. 25 del 2026, depositata ieri, 5 marzo, che anche loro riserve di tolleranza sono ormai al lumicino: lo scandalo del Tfs-Tfr pagato alle calende greche deve finire!

La decisione di ieri della Consulta segna, infatti, un punto di non ritorno nella lunga vicenda del pagamento differito del trattamento di fine servizio (TFS) e del trattamento di fine rapporto (TFR) dei dipendenti pubblici. E anche se non si tratta di una sentenza demolitoria immediata, il suo significato politico e istituzionale è comunque netto: la Corte ribadisce con chiarezza che il sistema attuale di pagamento differito e rateizzato è incompatibile con l’articolo 36 della Costituzione e concede al legislatore un ultimo margine di tempo per intervenire con una riforma strutturale.

Come ben sa qualunque dipendente pubblico di ogni ordine e grado, a differenza dei lavoratori privati, che ricevono il TFR quasi immediatamente alla cessazione del rapporto di lavoro, i lavoratori pubblici che vanno in pensione devono attendere anche oltre cinque anni prima di ottenere quanto maturato durante la propria carriera. In alternativa possono ricorrere, pagando, s’intende, ad anticipi bancari. In sostanza, si devono far prestare dalle banche soldi che sono già loro, ma che lo Stato datore di lavoro si tiene ben stretti in cassa, con tanti saluti ai diritti costituzionali. Le norme attualmente in vigore prevedono infatti un differimento iniziale del pagamento e, per importi più elevati, anche una rateizzazione nel tempo. Questo sistema, introdotto negli anni della crisi finanziaria per esigenze di contenimento della spesa pubblica, è diventato ormai (e abusivamente) una misura strutturale.

La Corte costituzionale aveva già affrontato il tema con due pronunce importanti, la n. 159 del 2019 e la n. 130 del 2023, che facevano riferimento a ricorsi presentati proprio dal nostro sindacato, Consal-UNSA. In entrambe le occasioni, la Consulta aveva segnalato che il differimento prolungato del TFS rischia di compromettere la funzione retributiva di tale indennità, che costituisce una parte della retribuzione maturata dal lavoratore nel corso della propria attività. Tuttavia, tenendo conto della situazione sempre instabile dei conti pubblici, i giudici non avevano dichiarato immediatamente incostituzionali le norme, invitando piuttosto il legislatore a intervenire per riformare il sistema in modo graduale e sostenibile per la finanza pubblica.

Con l’ordinanza depositata (anch’essa scaturita da un nostro ricorso), la Corte torna sulla questione e compie un passo ulteriore e, diciamolo, definitivo! I giudici costituzionali affermano esplicitamente che la disciplina attuale continua a presentare un contrasto con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto a una retribuzione adeguata e proporzionata al lavoro svolto. Questo principio – sottolinea la Corte – riguarda non solo l’ammontare della retribuzione ma anche la tempestività della sua corresponsione, e quindi vale anche per la retribuzione differita rappresentata dal TFS.

Allo stesso tempo la Corte prende atto che gli interventi legislativi adottati finora sono stati limitati e non hanno risolto il problema. In particolare, vengono citate due misure: l’estensione del pagamento entro tre mesi per alcune categorie di lavoratori fragili e la riduzione, prevista dal 2027, del termine di liquidazione da dodici a nove mesi. Si tratta, secondo la Consulta, di interventi parziali che non avviano realmente un percorso di eliminazione dei meccanismi di differimento e rateizzazione.

È vero, poi, che per la terza volta la Corte ha scelto di non cancellare immediatamente le norme incriminate, soprattutto perché una decisione drastica avrebbe effetti retroattivi e comporterebbe l’immediata esigibilità di una quantità molto elevata di trattamenti di fine servizio, con un impatto significativo sui conti pubblici. Per questo motivo la Corte ritiene che la definizione della gradualità e delle modalità della riforma debba essere rimessa al legislatore.

Ma la Consulta non si limita a un nuovo richiamo generico. Con un passaggio particolarmente significativo, dispone il rinvio della trattazione e fissa già una nuova udienza per il 14 gennaio 2027, nella quale verrà verificato se il Parlamento avrà nel frattempo adottato una riforma capace di pianificare l’eliminazione dei meccanismi dilatori. È una scelta processuale che assume il valore di un vero e proprio ultimatum istituzionale: il legislatore ha tempo limitato per intervenire e dimostrare di voler affrontare il problema.

In questo senso l’ordinanza rappresenta anche una sconfitta politica per la linea difensiva sostenuta finora da Governo e INPS. Da un lato la Corte respinge le eccezioni procedurali che avrebbero potuto bloccare i giudizi; dall’altro afferma chiaramente che le modifiche normative introdotte negli ultimi anni non sono sufficienti a sanare la lesione dei diritti dei lavoratori. Il messaggio è chiaro: non bastano piccoli correttivi, serve una riforma strutturale.

Il nodo politico è ora evidente. Entro il prossimo anno, il Parlamento dovrà individuare una soluzione capace di conciliare due esigenze: da un lato la tutela del diritto dei lavoratori a ricevere, in tempi ragionevoli, una retribuzione già maturata; dall’altro la sostenibilità finanziaria di un intervento che potrebbe avere un impatto significativo sui conti dello Stato.

L’ordinanza della Corte costituzionale non elimina immediatamente il differimento del TFS, ma cambia radicalmente il contesto del dibattito. Il problema non è più se intervenire, ma come e quando farlo. E con l’udienza già fissata per gennaio 2027, il tempo a disposizione della politica appare ormai limitato. E a questo punto, noi che questa battaglia abbiamo combattuto fin dal primo giorno (cioè da quando il governo Monti, in nome dell’emergenza dei conti pubblici, introdusse queste norme capestro), parafrasando Cicerone rivolgiamo un monito netto al governo e al parlamento: fino a quando abuserete della nostra pazienza. Anche perché (concedetemi un’ultima citazione classica) “patientia laesa fit furor, ossia la pazienza ferita diventa furia”.

1 Comment

  1. Sembra di capire che per chi come il sottoscritto è andato in pensione il primo dicembre 2025 non cambia nulla. Ovvero può solo sperare che nel momento del pagamento della prima rata (presumo marzo 2027) avvenga la solutio di tutto il maturato. Da premettere che sono andato a 67 anni con 42 anni 3 mesi e 28 giorni di contributi.

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