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Tfs, si sblocca l’anticipo della liquidazione

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Era scaduto il 30 giugno scorso l’accordo quadro con l’Abi (Associazione delle banche italiane) per l’anticipo del Tfs/Tfr ai dipendenti pubblici. Il decreto che proroga per altri due anni la convenzione che regola l’erogazione dell’anticipo del Tfs agli statali sempre con tasso agevolato allo 0,4% è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale venerdì scorso: ripartono così le pratiche congelate. L’elenco degli istituti di credito che aderiscono all’accordo quadro è consultabile online a questo indirizzo. Al momento sono in tutto 8 gli istituti di credito che aderiscono al patto e tra questi spicca Unicredit, unica grande banca ad aver sposato l’accordo (nel marzo del 2021). Si sono tirati indietro strada facendo ben 12 istituti di credito (tra il 2020 e il 2021).

Vantaggi

Grazie alla convenzione Abi i dipendenti pubblici non devono aspettare gli anni necessari per legge per incassare il proprio Tfs. Previsti anticipi entro la somma dei 45mila euro e a un tasso agevolato dello 0,4% se ci si rivolge alle banche che aderiscono all’accordo quadro. Il tasso arriva anche al 4% se si chiede invece l’anticipo della liquidazione agli istituti di credito non convenzionati. Più nel dettaglio, il percorso che porta al pagamento anticipato della buonuscita prevede una serie di passaggi. Per prima cosa bisogna richiedere all’ente erogatore del Tfr/Tfs (l’Inps generalmente) la certificazione attestante il diritto all’anticipazione. Poi va presentata la richiesta di anticipo all’istituto di credito convenzionato, che verificherà con l’ente erogatore la sussistenza dei presupposti per l’anticipazione. In caso di semaforo verde da parte dell’ente erogatore e della banca, la liquidazione dell’anticipo si materializza sul conto corrrente del beneficiario nei successivi 15 giorni.

I tempi

Un dipendente pubblico che va in pensione deve aspettare alcuni anni prima di poter incassare integralmente la propria liquidazione, il cosiddetto Tfs/Tfr. I più penalizzati sono gli statali usciti dal lavoro con Quota 100. Nel loro caso infatti l’attesa può prolungarsi per 5 anni. L’Inps quest’estate ha fatto chiarezza: «Sulla base di quanto previsto dalla normativa, i termini per l’erogazione del Tfs ai dipendenti pubblici variano a seconda delle cause di cessazione del rapporto di lavoro». Risultato? Nel caso di cessazione del rapporto di lavoro, avvenuta per raggiungimento dei limiti di età, il pagamento va effettuato non prima di 12 mesi dalla data di cessazione dal servizio. In tutti gli altri casi di cessazione del rapporto di lavoro, come per esempio le dimissioni e il licenziamento, in base a quanto previsto dalla normativa, il pagamento della prestazione spettante viene eseguito non prima di 24 mesi. Infine, l’erogazione della prestazione può avvenire in un’unica soluzione, se l’ammontare complessivo lordo è pari o inferiore a 50.000 euro; in due rate annuali, se l’ammontare complessivo lordo è superiore a 50.000 euro e inferiore a 100.000 euro; in tre rate annuali, se l’ammontare complessivo lordo è pari o superiore a 100.000 euro. 

I giudici

Sulla questione di legittimità delle norme che differiscono il pagamento della liquidazione ai dipendenti pubblici e ne prevedono l’erogazione attraverso una modalità rateale dovrà pronunciarsi la Corte costituzionale nei prossimi mesi. Il Tar del Lazio, con un’ordinanza dello scorso 17 maggio, aveva sollevato la questione di legittimità delle norme, chiedendo il parere della Corte. Anche la sezione Lavoro del tribunale di Velletri, dopo un ricorso pilota di un iscritto dell’Unsa andato in pensione per raggiunti limiti di età, ha richiesto nei giorni scorsi l’intervento della Corte costituzionale, formulando un giudizio di non manifesta infondatezza della questione di costituzionalità delle norme che disciplinano il pagamento della liquidazione ai dipendenti dello Stato.

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