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Tfs, la tegola degli interessi

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Restano compresi tra il 3 e il 5 per cento i tassi di interesse applicati dalle banche sugli anticipi del Trattamento di fine servizio e di fine rapporto ai dipendenti pubblici. Questi tassi sono il risultato della somma del rendistato e dello spread, che è sempre pari allo 0,5%. Il rendistato generale, indice che fotografa il rendimento di un paniere di titoli di Stato, a giugno si è attestato a 3,368 punti, contro i 3,030 punti di gennaio. Il rendistato per fasce di vita residua si colloca ora tra 2,691 punti (per la fascia di vita più corta) e 4,400 punti (20 anni e 7 mesi e oltre). Risultato? Per un prestito di 45 mila euro – è questa la somma massima richiedibile da parte degli statali che si rivolgono alle banche per ottenere un’anticipo del Tfs o del Tfr – si pagano intorno ai 2.000 euro di interessi.

ULTIMATUM

Entro il 14 gennaio 2027 dovrà essere adottata una riforma strutturale che pianifichi la completa eliminazione di ogni meccanismo dilatorio nel pagamento del Tfs/Tfr ai dipendenti pubblici. La Corte Costituzionale, con l’ordinanza numero 25, depositata il 5 marzo, ha rilevato che, nonostante i moniti espressi con le sentenze numero 159 del 2019 e numero 130 del 2023, sollecitate dai ricorsi della Confsal-UNSA, non è stato ancora avviato «in modo sostanziale» quel processo di graduale ma completa eliminazione dei termini per il riconoscimento delle spettanze oggetto delle pronunce. Intanto, a partire dal 2027, per alcune categorie di lavoratori collocati a riposo (non per tutti), il termine iniziale per la liquidazione sarà ridotto da 12 a 9 mesi. Il che rappresenta un passo avanti, è indubbio, ma nove mesi non sono tre, ed è il caso qui di sottolinearlo.

IL COMMENTO

Massimo Battaglia, segretario generale di Confsal-UNSA, in un editoriale pubblicato su PaMagazine nei giorni scorsi, è tornato sul tema del pagamento differito e rateizzato del Tfs agli statali, osservando che «la giusta retribuzione non dipende soltanto dall’ammontare delle somme dovute, ma anche dalla tempestività con cui vengono corrisposte». «Con l’ordinanza n. 25 del 2026, scaturita ancora una volta da una nostra iniziativa, la Corte ha ribadito il contrasto con i principi costituzionali di questo meccanismo – ha aggiunto Battaglia – e ha giudicato insufficienti gli interventi legislativi approvati finora. La riduzione da dodici a nove mesi per alcune categorie e il pagamento accelerato previsto in casi particolari non costituiscono, secondo la Consulta, l’avvio di un’effettiva eliminazione dei meccanismi di differimento e rateizzazione». Insomma, non bastano più piccoli correttivi, adesso serve una riforma strutturale.

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