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Sul Tfs degli statali Consulta ignorata

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La sentenza con cui la Consulta ha dichiarato incostituzionale il pagamento differito del Tfs agli statali, misura anti-crisi introdotta dal governo Monti più di dieci anni fa, è datata giugno 2023. L’invito dei giudici al parlamento non poteva essere più chiaro: questa disparità di trattamento tra pubblico e privato va gradualmente rimossa. Sono passati più di sei mesi, tuttavia, e ancora nulla si è mosso. La sentenza della Corte costituzionale sembra essere finita nel dimenticatoio. L’impressione è che si preferisca fingere di non vedere il problema, anziché affrontarlo. 

Da qui il sollecito formale alla Presidenza del consiglio dei ministri della federazione Confsal-Unsa che «invita formalmente e con la massima urgenza all’indifferibile intervento normativo finalizzato alla correzione della norma» che ritarda il pagamento della liquidazione dovuta ai dipendenti pubblici. Questi ultimi, non è un mistero, nei casi peggiori aspettano anche sette anni prima di vedere i soldi che gli spettano. Nel privato invece la pratica si conclude nel giro di giorni o al massimo settimane. «La garanzia costituzionale della giusta retribuzione – hanno spiegato i giudici – si sostanzia non soltanto nella congruità dell’ammontare corrisposto, ma anche nella tempestività dell’erogazione». 

L’inerzia legislativa

La Corte costituzionale ha anche evidenziato che le disposizioni sul pagamento differito del Tfs-Tfr nel settore pubblico, introdotte per far fronte a una crisi temporanea, hanno acquisito ormai carattere strutturale, perdendo così l’originaria funzione della ratio legis. Di più. La Consulta non ha mancato di sottolineare che i prestiti a tassi agevolati delle banche e dell’Inps, che anticipano il Tfs-Tfr agli statali con modalità diverse, non sono sufficienti a superare il vulnus costituzionale che si è venuto a creare. Questi interventi, infatti, riconoscono agli interessati la sola possibilità di conseguire immediatamente quanto dovuto mediante strumenti finanziari aventi carattere oneroso. Alcune banche convenzionate, com’è noto, anticipano la liquidazione ai dipendenti pubblici fino a 45mila euro con tassi di interesse che al momento si aggirano in media attorno al 4 per cento. Significa che per diecimila euro di anticipo c’è una “tassa” da pagare di 400 euro. L’Inps invece anticipa anche l’intero ammontare del Tfs maturato a un tasso dell’un per cento, che su diecimila euro fanno cento euro di spesa. Ma per quale motivo un dipendente dello Stato deve versare un obolo, più o meno oneroso, per ricevere dei soldi che gli appartengono di diritto? 

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