“Patacca” era il nome che anticamente si dava alle monete che avevano così poco argento da valere decisamente meno del valore nominale della moneta stessa; in sostanza, erano praticamente una truffa e, per questo, oggi usiamo questo termine come sinonimo di fregatura. Ecco, il governo, sul TFS, ha cercato di rifilare una patacca ai dipendenti pubblici. Il fatto, però, è che qui nessuno è tanto ingenuo da cascarci. E dire che le premesse sembravano davvero buone: nella conferenza stampa di presentazione della manovra finanziaria era stata la stessa premier, Giorgia Meloni, ad assicurare che con la legge di Bilancio il governo si apprestava ad accorciare “i tempi per ottenere il Tfs nel pubblico impiego come da sentenza della Corte costituzionale».
Dato che entrambe le sentenze in materia (già, presidente Meloni, non ce n’è una sola di sentenza della Consulta, ma sono ben due) sono giunte come risposta agli esposti di Confsal-UNSA, come sindacato non abbiamo esitato a manifestare la nostra soddisfazione per quella che sembrava una svolta in una vicenda tristissima che si trascina da tre lustri. Chi ha confidenza con questa rubrica sa che proprio domenica scorsa anche su queste colonne virtuali avevo dato credito, con soddisfazione, alle dichiarazioni della premier, rinviando ogni altro commento alla lettura del testo legislativo. Per fortuna, però, in testa al mio articolo avevo fatto l’elogio della prudenza, forse la più importante delle virtù cardinali. E avevo ragione, perché nelle bozze ufficiose ma ormai consolidete, all’art. 44 della Legge di Bilancio si legge che si “riduce a nove mesi (in luogo di 12) il termine per la liquidazione del TFR per i dipendenti pubblici che cessano dal servizio per raggiungimento dei limiti di età o di servizio”.
Un buon inizio, potrebbe dire qualcuno? In fondo anche tre mesi di meno sono meglio di niente. E invece no! Si tratta di una solenne presa per i fondelli, e non solo perché comunque non si modifica la parte che prevede che il Tfs/Tfr venga pagato solo un anno (o anche nove mesi) dopo il raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia (fino al 31 dicembre di quest’anno la quota è di 67 anni), il che significa che se si va in pensione anticipata, l’attesa può superare i cinque anni. A rendere la riduzione di tre mesi dell’attesa del Tfs una solenne presa in giro è il fatto che dal 1 gennaio l’età pensionabile verrà comunque innalzata, e di quanto? Di tre mesi, come sanno tutti coloro che sono vicini alla pensione. E della tanto sbandierata e promessa sterilizzazione degli aumenti non c’è alcuna traccia nella manovra, se non per categorie numericamente irrilevanti. Quindi l’attesa scende a nove mesi, ma siccome l’andata in pensione è posticipata dell’identico lasso di tempo, il povero statale che andrà in pensione dal 2026, per vedere i soldi del Tfs dovrà comunque aspettare di aver compiuto 68 anni.
Se non è una presa in giro questa, non so quale possa essere. Però, noi siamo veramente stufi e, come già abbiamo fatto in passato, stiamo preparando le carte per rivolgerci alla Corte, non a quella Costituzionale, che ci ha già dato ragione due volte, ma a quella che sta a Lussemburgo. La Cgue, la Corte di giustizia dell’Unione Europea, perché questo scandalo di un governo che può tranquillamente fregarsene delle indicazioni della suprema magistratura nazionale deve finire. La Consulta ha messo nero su bianco per ben due volte che tenere in cassa per anni i soldi dei lavoratori pubblici (il Tfs, hanno spiegato i giudici, è salario differito, al pari del Tfr dei lavoratori privati), lede i diritti costituzionali dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Non solo: è una lesione grave anche prevedere un trattamento differenziato tra lavoratori pubblici e privati. Le regole devono essere uguali per tutti. Dal punto di vista del diritto non c’è partita. Il governo non può fare quello che da decenni fa, quale che sia il colore politico dei suoi componenti.
Se non basta la Corte costituzionale a far rispettare questi principi, che dovrebbero essere ovvi, sia una corte sovranazionale ad esprimersi. Il governo italiano di fronte ai giudici UE ha già perso più di una volta. Proprio in questa stessa manovra il governo deve trovare il modo per restituire alcune tasse imposte alle banche sull’importo dei dividendi esteri (l’Irap al 50% e non al 5%), perché la Corte di Giustizia UE ha sancito che questa sovrattassa viola la parità normativa europea, e il conto non è poco salato: si tratta di 1,5 miliardi da restituire.
Bene, di fronte agli stessi giudici ci andremo anche noi, certi che riusciremo, come abbiamo già fatto qui in Italia, a farci riconoscere i nostri diritti. Come sa bene il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, siamo persone di buon senso e sempre disposte al dialogo, ma non quando questa disponibilità viene presa come licenza per prenderci per il naso. La premier Meloni avrebbe fatto più bella figura a non citare nemmeno il Tfs nella sua conferenza stampa, quello che proprio non poteva fare è dirci che è pronta a rispondere positivamente alle richieste della Consulta e poi fare il gioco delle tre carte con uno sconto di tre mesi, bilanciato da un incremento dei limiti pensionistici di pari misura. Come diceva Marcello Marchesi, anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano. E i lavoratori pubblici sono milioni come le formiche, ma sono ben più grossi.
