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Giustizia, diecimila precari stabilizzati

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Esiste un principio fondamentale su cui si regge qualunque sistema democratico maturo: il rispetto reciproco delle competenze. Ogni istituzione, ogni corpo dello Stato, ogni soggetto collettivo esercita il proprio ruolo entro i confini definiti dalla legge, dalla Costituzione e dall’equilibrio tra i poteri. Quando questi confini vengono oltrepassati, anche con le migliori intenzioni, si crea inevitabilmente una tensione che finisce per alterare gli assetti istituzionali e produrre conflitti che sarebbe opportuno evitare.

È esattamente ciò che sta accadendo in queste settimane attorno alla richiesta dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura di aprire una pratica in Settima Commissione sull’accordo recentemente sottoscritto per la stabilizzazione di 10 mila precari AUPP. Si tratta della stessa commissione che ha già avviato una singolare procedura, inviando a tutti i dirigenti degli uffici giudiziari un questionario sull’impiego del personale addetto agli uffici del processo, riproponendo, come è scritto nella richiesta formale, “domande già sottoposte agli uffici in sede di monitoraggio ministeriale”. Cos’è? Non si fidano del lavoro svolto dal Ministero?

Lo scopo di quest’ultima iniziativa, sostengono al Csm, sarebbe quello di aggiornare le linee guida per l’Ufficio del processo, ma se la colleghiamo alla richiesta di portare in commissione l’accordo sindacale sulla stabilizzazione dei precari, la nostra impressione di una smaccata invasione di campo si rafforza sempre di più.

Sia chiaro: nessuno mette in discussione il ruolo costituzionale del CSM. Nessuno intende minimizzare l’importanza dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, che rappresentano un presidio irrinunciabile dello Stato di diritto. Ma proprio perché crediamo nel valore delle istituzioni e nell’equilibrio tra i poteri, riteniamo necessario ribadire con fermezza che la contrattazione sindacale, l’organizzazione del personale amministrativo e la gestione degli organici appartengono a una sfera diversa da quella della giurisdizione.

L’accordo sottoscritto con il Ministero della Giustizia riguarda le lavoratrici e i lavoratori pubblici. Riguarda il personale amministrativo. Riguarda le modalità di assunzione, i percorsi di stabilizzazione e il riconoscimento delle professionalità costruite sul campo. È il risultato di un confronto sindacale lungo, complesso, spesso difficile, portato avanti nelle sedi competenti e con i soggetti legittimati a farlo.

Non riguarda l’esercizio della funzione giudicante.

Non riguarda l’autonomia delle decisioni dei magistrati.

Non riguarda le indagini.

E allora occorre porsi una domanda molto semplice: perché un organo di autogoverno della magistratura dovrebbe intervenire nel merito di un accordo sindacale che disciplina il rapporto di lavoro del personale amministrativo dello Stato?

Noi crediamo che questo rappresenti un precedente pericoloso.

Esiste, infatti, una regola non scritta ma fondamentale nei rapporti tra istituzioni e corpi intermedi: il rispetto reciproco delle rispettive sfere di competenza. Il sindacato non ha mai pensato di interferire nelle indagini giudiziarie, nelle decisioni delle procure o nelle sentenze dei tribunali. Non abbiamo mai immaginato di entrare nel merito delle valutazioni giurisdizionali o delle scelte processuali dei magistrati. E non lo facciamo non perché manchino opinioni o sensibilità sul funzionamento della giustizia, ma perché riconosciamo il limite delle nostre competenze e il principio di autonomia della magistratura.

Allo stesso modo ci aspettiamo che venga rispettata l’autonomia delle relazioni sindacali e della contrattazione nel pubblico impiego.

Non può esistere un sistema in cui un soggetto istituzionale ritenga di poter estendere progressivamente il proprio raggio d’azione fino a intervenire su materie appartenenti ad altri livelli decisionali. Perché oggi il tema riguarda gli AUPP, ma domani potrebbe riguardare i cancellieri, i funzionari giudiziari, gli assistenti amministrativi, le progressioni economiche, le piante organiche o qualunque altro aspetto della gestione del personale.

E questo non sarebbe accettabile.

Peraltro, stiamo parlando di una regolarizzazione come non si era mai vista nel settore della Giustizia. In un organico che, a forza di blocchi del turnover, tagli e quant’altro, è ormai di circa 30 mila dipendenti, siamo riusciti a mettere a far stabilizzare 10 mila precari, praticamente un quarto del personale. Quando erano stati inseriti con contratti a scadenza a giugno 2026, non ricordo interventi dei magistrati preoccupati per la loro precarietà; ora che li stabilizziamo, pretendono di fare le pulci all’accordo sindacale?

La verità è che in questa vicenda emerge una concezione che riteniamo sbagliata: l’idea che tutto ciò che avviene negli uffici giudiziari debba ricadere inevitabilmente sotto una sorta di supervisione della magistratura togata. Ma non è così. Gli uffici giudiziari sono strutture complesse in cui convivono funzioni diverse: la giurisdizione, l’amministrazione, l’organizzazione del lavoro, la gestione del personale e i servizi ai cittadini.

Confondere questi piani significa compromettere il corretto equilibrio istituzionale.

Il Ministero della Giustizia ha competenze precise in materia amministrativa e organizzativa. Le organizzazioni sindacali hanno il compito di rappresentare i lavoratori e negoziare condizioni contrattuali e assetti occupazionali. Il CSM esercita invece funzioni fondamentali di garanzia dell’autonomia della magistratura. Sono ambiti distinti che devono restare tali.

Nessuno può pensare di esercitare una forma di tutela “espansiva” in grado di assorbire competenze altrui.

Ed è proprio per questo che, come Confsal-UNSA, continueremo a difendere con determinazione il principio dell’autonomia della contrattazione e il rispetto delle reciproche prerogative.

Difendere questi principi non significa alimentare uno scontro con la magistratura. Al contrario, significa preservare il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. I conflitti nascono sempre quando qualcuno ritiene di poter oltrepassare i limiti del proprio ruolo.

Noi quei limiti li abbiamo sempre rispettati.

Non abbiamo mai detto a un magistrato come condurre un’indagine.

Non abbiamo mai preteso di intervenire nelle decisioni giudiziarie.

Non abbiamo mai pensato di sindacare le scelte della magistratura requirente o giudicante.

Chiediamo soltanto lo stesso rispetto.

Perché gli organici, le assunzioni, la gestione del personale amministrativo e l’organizzazione del lavoro negli uffici non possono diventare materia di interferenza da parte di chi ha altre funzioni e altre responsabilità costituzionali.

Il rispetto delle competenze non è una formalità burocratica. È il fondamento dell’equilibrio democratico. Ed è proprio in momenti delicati come questo che occorre ricordarlo con chiarezza.

 

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