PA Magazine

Stipendi senza tasse anche ai giovani dipendenti pubblici

7 minuti di lettura
iStock

L’idea avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di applicare una tassazione agevolata al 5 per cento agli aumenti di stipendio dei giovani lavoratori merita attenzione. Il problema delle retribuzioni, e in particolare di quelle dei giovani, esiste ed è serio. Se si vuole restituire valore al lavoro, favorire l’autonomia delle nuove generazioni e rendere più conveniente riconoscere aumenti salariali, utilizzare anche la leva fiscale è una strada che può essere presa in considerazione. Ma c’è una domanda alla quale il Governo dovrà rispondere subito: la misura riguarderà tutti i giovani lavoratori oppure, ancora una volta, verranno esclusi i dipendenti pubblici?

Non è una domanda pretestuosa. È una domanda che nasce dall’esperienza. La legge di Bilancio per il 2026 ha già previsto la tassazione al 5 per cento degli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali, ma ha stabilito espressamente che l’agevolazione si applicasse soltanto ai lavoratori del settore privato, entro determinati limiti di reddito. I dipendenti pubblici sono rimasti fuori.Abbiamo già denunciato questa disparità e non intendiamo assistere alla sua riproposizione nella prossima manovra.

Anzi, nel caso della misura annunciata per i giovani, un’eventuale esclusione sarebbe ancora più difficile da comprendere. Il ministro Giorgetti ha spiegato che il vantaggio fiscale dovrebbe accompagnarsi alla disponibilità dei datori di lavoro e degli imprenditori a riconoscere retribuzioni più adeguate. Il ragionamento è chiaro: lo Stato interviene attraverso il fisco, mentre il datore di lavoro deve fare la propria parte aumentando le retribuzioni. Ma quando parliamo di pubblico impiego, il datore di lavoro è proprio lo Stato.

Ed è qui che il ragionamento deve essere portato fino alle sue conseguenze naturali. Lo Stato non può chiedere agli imprenditori di fare la propria parte e poi dimenticare di essere, esso stesso, datore di lavoro di milioni di persone. Non può incentivare fiscalmente gli aumenti riconosciuti ai giovani dipendenti di un’impresa privata e negare lo stesso trattamento a un giovane che lavora in un ministero, in un ente previdenziale, in un’agenzia fiscale o in qualsiasi altra amministrazione pubblica. Sarebbe una contraddizione evidente. E sarebbe anche un pessimo messaggio per le nuove generazioni.

Da anni ci interroghiamo su come rendere la Pubblica amministrazione più attrattiva per i giovani, su come immettere nuove competenze negli uffici, su come accompagnare la trasformazione digitale e il ricambio generazionale. Poi, però, al momento di adottare misure che rendono più conveniente il lavoro e aumentano il valore netto delle retribuzioni, il pubblico impiego rischia puntualmente di essere considerato una categoria a parte. Non può funzionare così. Se un aumento contrattuale vale di più nelle tasche di un giovane lavoratore privato grazie alla tassazione al 5 per cento, deve valere di più anche nelle tasche di un giovane lavoratore pubblico.

Il fisco non può trasformarsi in uno strumento che divida i lavoratori che si trovano nelle medesime condizioni reddituali soltanto sulla base della natura pubblica o privata del loro datore di lavoro.Tanto più che i lavoratori pubblici portano ancora sulle spalle le conseguenze di una lunga stagione in cui sono stati chiamati a contribuire al risanamento dei conti dello Stato attraverso il blocco della contrattazione, il mancato turnover, la riduzione degli organici e una perdita di potere d’acquisto che i successivi rinnovi non hanno recuperato integralmente. Per questo vogliamo dirlo prima che la manovra venga redatta.

Non si ripeta quanto è già avvenuto. Se il Governo deciderà di introdurre la tassazione al 5 per cento sugli aumenti contrattuali dei giovani, la misura dovrà riguardare anche il pubblico impiego. Su questo punto, la Confsal-UNSA è pronta a fare quadrato con tutte le organizzazioni sindacali del pubblico impiego che condividono un principio elementare: a parità di condizioni lavorative e reddituali non può esserci una fiscalità di serie A e una di serie B. E c’è un secondo tema su cui è opportuno essere chiari fin da ora.

In questi giorni si parla anche di un bonus contro il caro carburanti, che potrebbe essere pari a 100 euro una tantum e destinato ai lavoratori dipendenti e autonomi. Anche in questo caso modalità, limiti e platea devono ancora essere definiti. Proprio per questo diciamo al Governo fin da subito: non pensi di costruire la platea dei beneficiari lasciando fuori, direttamente o indirettamente, i dipendenti pubblici. Il carburante costa allo stesso modo per chi lavora in un’impresa e per chi lavora in un’amministrazione dello Stato. L’inflazione non distingue tra pubblico e privato. Le bollette non distinguono. Il costo della vita non distingue.

Non si vede perché il sostegno pubblico dovrebbe farlo. Lo stesso ministro Giorgetti, parlando della prossima manovra, ha richiamato il rischio di concentrare gli interventi su alcune categorie finendo per escluderne altre. È un principio che condividiamo e che chiediamo venga applicato fino in fondo. I lavoratori pubblici non chiedono privilegi. Chiedono di non essere esclusi. È una differenza fondamentale.

E questa volta sarebbe bene tenerne conto prima di scrivere le norme, anziché accorgersene dopo, quando la disparità è già stata creata e ai sindacati non resta che contestarla. Se lo Stato chiede alle imprese di fare la propria parte per aumentare i salari dei giovani, deve essere il primo a dare l’esempio.Perché lo Stato è legislatore, è fisco, ma per i dipendenti pubblici è anche datore di lavoro. E proprio per questo ha una responsabilità in più, non una in meno.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Ultimi articoli da