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Stipendi, in 30 anni perso il 6,6% del potere d’acquisto. Gli statali penalizzati due volte

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«Il lavoro non è una merce». Lo afferma la Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Eppure, per troppo tempo, in Italia il lavoro è stato trattato come una voce di bilancio da comprimere e, in particolare, quello pubblico come un bancomat al quale attingere per riequilibrare i conti dello Stato.

I dati diffusi dall’Ufficio parlamentare di bilancio presentano oggi il conto di questa politica. Dal 1990 le retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti privati sono diminuite in media del 6,6 per cento in termini reali. È cresciuta anche la loro dispersione, alimentata dalla diffusione del part-time, dalla frammentazione occupazionale e dall’aumento delle disuguaglianze.

È la fotografia di un Paese in cui lavorare non basta più a difendere il proprio tenore di vita e a progettare il futuro.

Secondo l’UPB, le riforme dell’Irpef hanno attenuato in parte questo arretramento, soprattutto per i redditi da lavoro bassi e medi. La capacità redistributiva dell’imposta è più che raddoppiata e le riforme fiscali spiegano circa l’80 per cento di tale aumento.

Ma occorre sottolineare un punto essenziale: lo studio dell’UPB riguarda il lavoro dipendente privato e alcuni dei benefici fiscali introdotti nel corso del tempo per sostenere le retribuzioni non sono stati estesi ai dipendenti pubblici.

Le misure generali sull’Irpef hanno interessato anche una parte del pubblico impiego, ma altri strumenti sono rimasti riservati esclusivamente ai lavoratori privati. È il caso più evidente di tassazione agevolata dei premi di risultato e delle somme legate agli incrementi di produttività. Nel settore privato tali compensi possono beneficiare di un’aliquota ridotta; nel pubblico impiego, analoghe voci continuano invece a essere sottoposte alla tassazione ordinaria.

Una disparità difficile da giustificare. Soprattutto perché anche ai dipendenti pubblici vengono richiesti efficienza, produttività, raggiungimento degli obiettivi e miglioramento dei servizi.

Nel generale impoverimento del lavoro, quindi, i dipendenti pubblici hanno pagato due volte: hanno subito la perdita di potere d’acquisto che ha colpito l’intero Paese, ma non hanno potuto contare, nella stessa misura, su tutti gli strumenti fiscali utilizzati per sostenere le retribuzioni del settore privato.

A questa penalizzazione se ne è aggiunta un’altra, ancora più grave: il blocco della contrattazione collettiva.

Per quasi dieci anni i lavoratori pubblici sono rimasti privi di rinnovi economici concreti. Sono state saltate tre tornate contrattuali. Non si è trattato di un semplice ritardo amministrativo, bensì della sospensione, per legge, del principale strumento attraverso il quale i lavoratori possono difendere il valore delle proprie retribuzioni.

In quegli stessi anni sono stati bloccati il turnover e le assunzioni, si sono ridotti gli organici, è aumentata l’età media del personale e sono cresciuti i carichi di lavoro. Ministeri, enti previdenziali, agenzie fiscali, uffici giudiziari e amministrazioni centrali hanno continuato a funzionare grazie all’impegno di lavoratrici e lavoratori ai quali lo Stato chiedeva sempre di più, mentre il valore reale dei loro stipendi continuava a diminuire.

La Confsal-UNSA non accettò quella situazione in silenzio. Decidemmo di ricorrere alla giustizia per affermare un principio fondamentale: la contrattazione collettiva non è una concessione del Governo, ma un diritto tutelato dalla Costituzione.

La questione giunse dinanzi alla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 178 del 2015 dichiarò illegittimo il protrarsi del blocco contrattuale. La Consulta riconobbe che una misura presentata inizialmente come temporanea ed eccezionale aveva assunto un carattere strutturale incompatibile con la libertà sindacale garantita dall’articolo 39 della Costituzione.

Fu una decisione decisiva, maturata anche grazie al ricorso promosso dalla Confsal-UNSA, che consentì di abbattere il muro costruito contro il diritto dei lavoratori pubblici alla contrattazione.

Ma quella sentenza operò soltanto per il futuro. Le perdite accumulate negli anni di blocco non furono rimborsate. Tre contratti saltati significano aumenti mai percepiti, progressioni economiche rinviate e una base retributiva rimasta troppo bassa anche negli anni successivi.

Quella ferita non si è ancora rimarginata.

Oggi lo stesso Ufficio parlamentare di bilancio riconosce che il sostegno alle retribuzioni più basse attraverso l’Irpef ha ormai margini limitati. Non si può continuare a compensare stipendi insufficienti con bonus, detrazioni e misure temporanee. Occorrono politiche strutturali e interventi diretti attraverso la spesa.

Per il pubblico impiego ciò significa finanziare adeguatamente la contrattazione, tutelare il potere d’acquisto, valorizzare le professionalità e rimuovere le disparità fiscali che ancora penalizzano i dipendenti pubblici rispetto a quelli privati.

Non si può pretendere una Pubblica amministrazione moderna, digitale ed efficiente continuando a impoverire coloro che ogni giorno devono farla funzionare.

Il lavoro pubblico non è un costo improduttivo. È il lavoro attraverso il quale lo Stato garantisce pensioni, giustizia, sicurezza sociale, riscossione delle entrate, tutela dei diritti e servizi essenziali per i cittadini e le imprese.

Impoverire i dipendenti pubblici significa indebolire l’amministrazione e peggiorare la qualità dei servizi offerti alla collettività.

Dopo oltre trent’anni di salari stagnanti, dieci anni di blocco della contrattazione e tre contratti saltati, il tempo delle giustificazioni è finito.

Se davvero il lavoro non è una merce, lo Stato deve essere il primo a dimostrarlo, riconoscendo ai propri dipendenti dignità, rispetto e retribuzioni adeguate.

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