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«Statali spendaccioni, il Tfs meglio a rate». La tesi choc dell’Inps

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«Rimaniamo attoniti nell’apprendere che secondo i legali dell’Inps il ritardato pagamento del Tfs/Tfr dei dipendenti pubblici aiuterebbe questi ultimi, a oltre 65 anni di età, a non sperperare le loro risorse finanziarie», esordisce Massimo Battaglia, segretario generale della Federazione Confsal-UNSA. Dopo due sentenze della Corte, la 159/19 e la 130/23, arrivate su ricorsi presentati dall’UNSA, con cui i giudici costituzionali hanno dato ragione ai dipendenti pubblici invitando Governo e Parlamento a risolvere l’iniquo e discriminatorio trattamento riservato loro sul pagamento del Tfs, la Corte è stata chiamata a esprimersi di nuovo su questo tema dopo un ricorso presentato da Rimborso.eu, piattaforma che si occupa di contenziosi verso la Pubblica amministrazione. «Nel corso del procedimento – ha aggiunto Battaglia – abbiamo assistito all’esposizione surreale di una tesi difensiva dell’Inps, totalmente manchevole di rispetto verso le facoltà intellettive dei lavoratori pubblici, che stando a quanto sostenuto dai rappresentanti legali dell’Inps sarebbero indotti a spendere di più in caso di immediato pagamento del Tfs/Tfr». Oltre al danno, la presa in giro. «Quindi per i legali dell’Inps – commenta sempre il segretario generale della Federazione Confsal-UNSA – dovremmo forse dire grazie al meccanismo di dilazione e rateizzazione del pagamento della nostra buonuscita, meccanismo che a quanto pare ci consente di utilizzare l’Inps come un salvadanaio, dove conservare i soldi al sicuro, senza correre quindi il rischio di spenderli in modo avventato. Siamo all’assurdo».

La battaglia si sposta in Europa

«Dopo due ricorsi alla Corte Costituzionale che ci danno ragione, e dopo l’inerzia di Governo e Parlamento, l’UNSA ha intrapreso la strada del ricorso europeo per far riconoscere il diritto dei dipendenti pubblici a ottenere immediatamente all’atto del pensionamento il Tfs/Tfr che abbiamo contribuito a costruire con una carriera di lavoro», ha continuato Massimo Battaglia. Che ha espresso un auspicio: «Ci auguriamo, in ogni caso, che in questo ennesimo giudizio, malgrado il principio costituzionale del pareggio di bilancio, la Corte intervenga sulla materia dichiarando l’incostituzionalità della legge attuale senza richiedere un intervento parlamentare, ripristinando una cornice di legittimità e di rispetto per i lavoratori pubblici». A più di due anni di distanza dall’ultima sentenza della Consulta sul pagamento ritardato e rateizzato del Trattamento di fine servizio nel pubblico impiego, il governo ha fatto un piccolo passo in avanti per cercare di sciogliere questo nodo, inserendo nella legge di Bilancio appena entrata in vigore un anticipo di tre mesi, a partire dal 2027, dei tempi di erogazione della prima rata del Tfs, rata che può arrivare al massimo a 50 mila euro. Peccato si tratti di un trompe-l’oeil, un inganno ottico per così dire. Già perché se è vero che dal 2027 il Tfs verrà corrisposto agli statali che vanno in pensione dopo 9 mesi dall’uscita dal lavoro anziché dopo 12, è vero anche che questo anticipo sarà riassorbito dall’aumento dell’età pensionabile, che prevede un mese di incremento nel 2027 e altri due l’anno successivo.

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