Non è mai elegante dire “te l’avevo detto”… ma quando la realtà si prende la briga di confermartelo parola per parola, a quel punto più che dirlo tu, è la realtà stessa che lo sottolinea. Ecco perché la vicenda del ricalcolo delle pensioni da parte dell’INPS, con il conseguente riconoscimento degli arretrati a favore di numerosi lavoratori pubblici, non ci sorprende. Al contrario, rappresenta la conferma puntuale di quanto, come Confsal UNSA, avevamo denunciato con forza e in solitudine già all’indomani della legge di bilancio 2024.
Allora, nell’entusiasmo di tutti per il consistente stanziamento di ben sette miliardi per i rinnovi contrattuali, fummo tra i pochi a vedere con chiarezza che quelle altre misure, inserite un po’ alla chetichella nella finanziaria, nascondevano criticità profonde e, in alcuni casi, veri e propri elementi di ingiustizia. La modifica delle aliquote per il calcolo della pensione riguardava, infatti, circa 700 mila lavoratori entrati in servizio tra il 1981 e il 1995, cioè prima della Riforma Dini, e che allora aderivano alla Cassa per le pensioni ai dipendenti degli enti locali (Cpdel) e ad altri istituti, come la Cassa per le pensioni dei sanitari (Cps), la Cassa per le pensioni agli insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate (Cpi) e la Cassa per le pensioni agli ufficiali giudiziari (Cpug), tutte poi confluite nell’Inpdap e quindi nell’Inps . Si trattava, in sostanza, di una misura che avrebbe colpito lavoratori con carriere lunghe, spesso già prossimi alla pensione, appartenenti a categorie fondamentali per il funzionamento dello Stato: sanità, enti locali, scuola, giustizia, ma soprattutto si trattava di misure inique, perché retroattive, che mettevano in discussione un principio del diritto che era già considerato valido al tempo degli antichi romani: pacta sunt servanda. Se per tutta la mia carriera lavorativa ho fatto le mie scelte di vita confidando in un gettito futuro, garantito da quelle regole pensionistiche, non me le puoi cambiare in vista del traguardo.
Fu proprio grazie alla nostra pressione che la norma fu modificata, purtroppo non completamente come richiesto, lasciando la parte che faceva scattare il ricalcolo solo per le pensioni anticipate, ma oggi apprendiamo che quelle stesse norme, che restano comunque inique, sono state applicate in modo improprio anche alle pensioni di vecchiaia, e che proprio per questo l’INPS dovrà procedere a un riesame d’ufficio e alla restituzione delle somme indebitamente sottratte. È un passaggio importante, doveroso, ma che certifica un dato politico e istituzionale che non può essere ignorato: si è intervenuti in modo frettoloso e sbagliato su un tema delicatissimo come quello previdenziale.
Noi lo avevamo detto. Avevamo parlato senza giri di parole di un intervento che rischiava di tradursi in un taglio significativo degli assegni, fino a diverse migliaia di euro l’anno. Avevamo evidenziato come non fosse accettabile modificare i criteri di calcolo della parte retributiva per lavoratori che avevano costruito il proprio percorso professionale e previdenziale sulla base di regole certe, consolidate da decenni. E avevamo denunciato il rischio concreto che quelle modifiche venissero applicate in modo estensivo, generando disparità e contenziosi.
È esattamente ciò che è accaduto.
La necessità di intervenire oggi con un ricalcolo generalizzato dimostra che non si è trattato di un semplice errore tecnico, ma di un difetto di impostazione. Quando si mette mano alle pensioni, non si può procedere per approssimazioni o, peggio, con l’idea di reperire risorse scaricando il peso su specifiche categorie di lavoratori pubblici. Perché questo è stato il punto: si è cercato un equilibrio di bilancio intervenendo selettivamente su chi aveva meno strumenti per difendersi nel breve periodo.
Il danno, tuttavia, non è solo economico. È anche, e forse soprattutto, un danno di fiducia. Che idea possono farsi i lavoratori pubblici — e i giovani che dovrebbero scegliere di entrare nella Pubblica amministrazione — di uno Stato che cambia le regole a pochi passi dal traguardo pensionistico?
Il rischio è quello che avevamo indicato con parole forse dure, ma realistiche: trasformare il lavoro pubblico da scelta di valore a scelta penalizzante. E questo, in un Paese che ha bisogno di competenze, professionalità e dedizione nella macchina amministrativa, è un errore strategico prima ancora che sociale.
Oggi si prova a rimediare. Bene che lo si faccia, e bene che si restituiscano le somme dovute. Ma non possiamo limitarci a prendere atto della correzione. Serve una riflessione più ampia sul metodo con cui si costruiscono le politiche previdenziali e, più in generale, le scelte che riguardano il lavoro pubblico.
Da parte mia rivendico con forza il ruolo che il sindacato ha svolto in questa vicenda: non di opposizione pregiudiziale, ma di analisi e di proposta. Avevamo chiesto di correggere per tempo quelle norme, di evitare disparità tra categorie e di non utilizzare le pensioni come leva per finanziare altre misure. Non siamo stati ascoltati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Ora è il momento della responsabilità. Il ricalcolo deve avvenire in tempi rapidi, con procedure chiare e senza ulteriori complicazioni per i lavoratori interessati. Ma soprattutto, è necessario che episodi come questo non si ripetano. Le pensioni non sono una variabile di aggiustamento dei conti pubblici: sono il frutto di una vita di lavoro e rappresentano un patto tra lo Stato e i suoi dipendenti.
Quel patto, oggi, va ricostruito. E per farlo serve rispetto, ascolto e una visione che metta davvero al centro il valore del lavoro pubblico.
