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Dipendenti pubblici, verso il terzo contratto in tre anni

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Nel calcio, a seconda dell’area linguistica di riferimento, lo chiamano treble o triplete. È quella somma di risultati positivi che pochissime squadre sono riuscite a centrare: quelle, cioè, che nella stessa stagione sono riuscite a conquistare la vittoria in tutte le competizioni in cui partecipavano: campionato, coppa nazionale e torneo internazionale. Ecco, uso questa similitudine calcistica per far capire l’importanza storica di questo momento per i lavoratori del pubblico impiego, vicini come non mai al risultato storico di chiudere in soli tre anni consecutivi altrettanti contratti nazionali triennali, il che significa che se riusciremo a completare il percorso, avremo fatto in tre anni il lavoro di nove.

Il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, ha infatti proposto di chiudere entro il 2026 tutti i contratti del pubblico impiego per il triennio 2025-2027. E se questo ambizioso obiettivo sarà raggiunto, vorrà dire che il triplete diventerà una realtà, visto che nel 2024 siamo riusciti a chiudere (col solito ritardo) i contratti del triennio 2018-2021, ma già nel 2025 abbiamo recuperato il tempo perduto firmando a gennaio il contratto 2022-2024, se ora, nel 2026, a un anno dalla scadenza, saremo anche riusciti a firmare quello 2025-2027 si tratterebbe di un risultato storico di cui tutti dovremmo essere particolarmente orgogliosi.

Chiudere i contratti fuori tempo massimo è stata infatti la prassi più o meno costante, da quando esiste la contrattazione collettiva nel pubblico impiego (1993), ed è stata anche una delle spie più allarmanti della profonda disattenzione della politica rispetto alle condizioni di vita e i diritti di chi fa andare avanti lo Stato. E parlo di politica perché è evidente che noi lavoratori pubblici, nelle relazioni industriali, come controparti, abbiamo i governi, siano essi centrali o locali. Invertire questa tendenza non è stato semplice e, certo, non era assolutamente scontato, però ci siamo riusciti ed è un fatto che deve renderci tutti orgogliosi, sia sul fronte sindacale che su quello datoriale. Ognuno ha fatto la sua parte in un confronto serio, anche duro a tratti, ma sempre costruttivo.

Lo dimostra il fatto che dopo le polemiche (a mio avviso pretestuose) che portarono una parte del fronte sindacale a non siglare prima il rinnovo del contratto delle Funzioni Centrali e a ritardare poi la firma di quello della Sanità, degli Enti Locali e della Scuola, ora i blocchi sono stati superati e, addirittura, alcune sigle del fronte del no stanno tornando sui propri passi, firmando anche le intese prima contestate. La forza dei fatti, infatti, sta facendo piazza pulita di tante polemiche e anche di tante bugie dette.

Gli aumenti per le funzioni centrali (160 euro medi mensili per circa 260 mila lavoratori) non sono, ora né al momento della firma, poca cosa e, comunque, sono tra i più alti ottenuti dai sindacati in questi mesi, ma è solo vedendo insieme tutti gli elementi del triplete che si comprende il senso del percorso compiuto. Nel 2024, l’accordo sul passato triennio 19-21 ha portato ad aumenti complessivi per l’intero comparto pubblico di 9,161 miliardi. Oltre a quelli a gennaio sono stati messi in campo per il periodo 22-24 altri 10,817 miliardi e quest’anno potremo chiudere un’intesa che vale 10,888 miliardi, già messi a bilancio come gli 11,020 miliardi di euro già impegnati per coprire il triennio 2027-2030, sì perché, oltre alla serie di interventi su welfare, indennità e valorizzazione delle competenze professionali, nell’ultimo accordo firmato c’è soprattutto la rivoluzionaria novità della garanzia per gli altri 22 miliardi necessari a coprire i costi dei due prossimi rinnovi fino al 2030.

Nemmeno l’ultima obiezione, non aver recuperato tutta l’inflazione subita, ha retto alla prova dei fatti, non solo perché nessun altro accordo firmato l’ha fatto (recuperare in un solo contratto i danni inferti all’economia da due tragedie epocali come la pandemia da Covid e l’invasione russa dell’Ucraina, era francamente impossibile) ma perché il triplete (mi piace troppo chiamarlo così) è un disegno unitario che, preso nel suo insieme, vedrà il recupero completo dell’inflazione (sia consolidata che prevista) già nel 2027.

Non lo dico io, ma le tabelle del Rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, stilato dall’Aran che dimostrano come l’Ipca, ossia l’indice dei prezzi al consumo armonizzato al netto dei beni energetici importati, che è l’indicatore usato per verificare la convergenza delle economie nei paesi Ue ed è uno dei valori base utilizzati nelle contrattazioni salariali, nel triennio 16-18 era cresciuto del 1,8%, ma era salito al 2,2% nel 19-21, per balzare al 15,4 nel triennio maledetto 22-24 per scendere, (come previsione) al 6% nel periodo in corso 25-27. Complessivamente la dinamica dell’Ipca tra il 2016 e il 2027 è quindi salita (tra consuntivi e previsioni) del 25,4%.

“Ora, se si calcolano l’insieme degli aumenti contrattuali, si vede che gli stipendi nello stesso periodo, considerando gli aumenti già erogati e quelli già stanziati, complessivamente sono già vicinissimi al recupero totale del potere di acquisto e per alcuni settori hanno già superato quell’asticella. Si va infatti dal minimo del comparto Istruzione e ricerca che nel 2027, a legislatura vigente, toccherà un aumento complessivo rispetto al 2018 del 20,1%, all’area dirigenziale della Sanità, che al 2027 avrà incassato un incremento del 26,1% rispetto ai livelli 2016-2018. In particolare, gli stipendi per gli altri settori saranno cresciuti nel 2027 del 20,2% per le funzioni locali, del 23,9% per le funzioni centrali e del 24,6% per il comparto Sanità. E come ho detto, in questa analisi ci fermiamo al 2027, mentre gli aumenti già stanziati riguardano anche il triennio successivo, che ci porterà al recupero totale dell’inflazione e auspicabilmente anche a un aumento in assoluto del potere d’acquisto di tutti gli stipendi pubblici”.

Queste ultime considerazioni le trovate virgolettate, perché su queste colonne le ho già scritte, ma mai come oggi repetita juvant, perché di cose inesatte, parziali o senza altri termini false, ne sono state dette tante e ora che, finalmente, un po’ di resipiscenza comincia a diffondersi è bene ristabilire i fatti, nella speranza di poterci lasciare tutto alle spalle e di trovarci nei prossimi mesi tutti insieme a lavorare al rinnovo dei nuovi contratti. Di punti su cui confrontarci ce ne sono sicuramente molti, ma su uno posso già concordare al 100% con la controparte, ossia con il ministro Zangrillo. Anche io credo fermamente che “solo un dialogo costruttivo consente di dare risposte concrete ai lavoratori del settore pubblico”. 

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