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Statali, il Tfr all’Inps batte (per ora) il fondo pensione. Ecco quanto rende

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Gli effetti collaterali della guerra in Ucraina e della crisi del gas non si fanno sentire soltanto sulle bollette delle famiglie e delle imprese. L’inflazione che deriva dall’impennata dei costi dell’energia ha effetto anche sui risparmi. Compresi quelli legati al Tfr, il trattamento di fine rapporto. Circa un anno fa, il 16 settembre del 2021, è stato siglato l’accordo con l’Aran che prevede per i neo assunti (a partire dal primo gennaio del 2019) l’adesione al fondo Sirio-Perseo attraverso il sistema del silenzio-assenso. Funziona così: il lavoratore che vuole lasciare il suo Tfr all’Inps deve dirlo esplicitamente attraverso una comunicazione al datore di lavoro, altrimenti i soldi del trattamento di fine rapporto vengono in automatico destinati al fondo pensione.

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IL FATTORE INFLAZIONE

Per anni la politica dei tassi zero delle banche centrali e l’assenza di inflazione, se non addirittura la deflazione, hanno reso in genere più remunerativo per i lavoratori affidare i propri risparmi previdenziali ai fondi pensione piuttosto che alle imprese o all’Inps. Lasciare i soldi al datore di lavoro, pubblico o privato he sia, garantisce infatti una remunerazione fissa pari al 75 per cento dell’indice di inflazione maggiorato di uno spread dell’1,5 per cento. Insomma, se l’inflazione è zero, il Tfr rende l’1,5 per cento. Ma cosa accade se l’inflazione inizia a galoppare? Secondo l’ultimo dato dell’Istat, l’inflazione già acquisita per il 2022 in Italia è del 7 per cento. E si tratta di un dato probabilmente destinato a crescere. Ma supponiamo per un momento che l’inflazione si fermi quest’anno effettivamente al 7 per cento. Questo significa che il Tfr lasciato al datore di lavoro renderebbe il 6,75 per cento. Permetterebbe insomma, di recuperare almeno quasi tutta l’inflazione.

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IL CONFRONTO

Non è un risultato da poco. Soprattutto in un periodo in cui è decisamente difficile trovare investimenti remunerativi. Il listino italiano, il Ftse Mib, negli ultimi sei mesi ha perso quasi il 20 per cento. Anche i titoli obbligazionari soffrono, soprattutto quelli italiani come dimostra l’impennata dello spread. Titoli di cui, tra l’altro, i portafogli dei fondi pensione sono generalmente pieni. Perseo-Sirio non fa eccezione. Nel comparto garantito, il valore della quota è sceso a 11,116 euro, in calo del 2,58 per cento da inizio anno, e dopo aver toccato un minimo a giugno di 10,997 euro. Nel comparto bilanciato il valore della quota è sceso a 10,431 euro, in calo del 6,42 per cento rispetto a inizio anno e dopo aver toccato un minimo, sempre nel mese di giugno, a 10,165 euro.

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COME FUNZIONA IL TFR

Insomma, oggi più che mai, in tempi di turbolenza economica, è necessario analizzare bene i pro e i contro prima di decidere se lasciare il Tfr allo Stato oppure conferirlo al fondo pensione. Va considerato che si tratta, comunque, di investimenti di lungo periodo e che dunque, è difficile fare una valutazione su un singolo anno o su pochi mesi. Ma come funziona esattamente il Tfr nel pubblico impiego? Si tratta innanzitutto di una una somma di denaro corrisposta al lavoratore nel momento in cui termina il rapporto di lavoro. L’importo è determinato dall’accantonamento, per ogni anno di servizio o frazione di anno, di una quota pari al 6,91% della retribuzione annua e dalle relative rivalutazioni. Hanno diritto al TFR  i dipendenti pubblici assunti con: contratto a tempo indeterminato dopo il 31 dicembre 2000, eccetto le categorie cosiddette “non contrattualizzate”; contratto a tempo determinato in corso o successivo al 30 maggio 2000 e della durata minima di 15 giorni continuativi nel mese; contratto a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2000 e che aderisce a un fondo di previdenza complementare (il passaggio al TFR  è automatico).

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