Gli ultimi dati diffusi dall’Istat sull’andamento dei prezzi riportano con forza al centro del dibattito il tema del potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori. La stima preliminare relativa a febbraio 2026 ha mostrato infatti un’accelerazione dell’inflazione che ha sorpreso diversi osservatori: l’indice dei prezzi al consumo è salito all’1,6% su base annua, in aumento rispetto all’1,0% registrato a gennaio. Un incremento più rapido di quanto molti analisti si aspettassero, segnale che la fase di rallentamento dell’inflazione potrebbe essere meno lineare del previsto.
Se l’inflazione generale negli ultimi mesi appare comunque lontana dai picchi registrati tra il 2022 e il 2023, l’andamento dei beni essenziali racconta una realtà diversa. Il cosiddetto “carrello della spesa”, che comprende alimentari, prodotti per la casa e per la cura della persona, continua infatti a crescere più rapidamente della media dei prezzi. È proprio alla luce di questi numeri che la richiesta che noi di Confsal-UNSA abbiamo lanciato da qualche tempo, assume un significato ancora più forte: portare il valore dei buoni pasto del pubblico impiego almeno fino alla soglia defiscalizzata riconosciuta ai lavoratori del settore privato.
La questione riguarda prima di tutto un principio di equità. Oggi, infatti, i lavoratori pubblici ricevono spesso buoni pasto con un valore reale inferiore rispetto a quelli erogati nel settore privato, anche perché il limite di esenzione fiscale applicato alle imprese consente un beneficio più alto. L’adeguamento richiesto da Confsal-UNSA punta dunque a colmare una disparità che nel tempo è diventata sempre più evidente, soprattutto in un contesto di aumento del costo della vita.
I dati dell’Istat mostrano chiaramente quanto il problema sia concreto. Nel 2025 l’inflazione media annua in Italia si è attestata all’1,5%, in lieve aumento rispetto all’1% registrato nel 2024. Tuttavia la dinamica dei beni legati alla spesa quotidiana è stata più sostenuta. Sempre nel 2025, infatti, i prezzi del cosiddetto carrello della spesa hanno registrato un incremento medio di circa il 2,2-2,4%, mentre gli alimentari hanno superato in diversi mesi il 3% su base annua.
Anche i dati più recenti confermano questa tendenza. All’inizio del 2026 l’inflazione generale si è collocata intorno all’1%, mentre i prezzi dei beni alimentari e della spesa quotidiana hanno registrato aumenti attorno al 2,1-2,2%. In altre parole, proprio le voci che incidono maggiormente sui bilanci familiari continuano a crescere a un ritmo circa doppio rispetto all’inflazione complessiva.
Ma il divario diventa ancora più evidente se si osserva l’andamento degli ultimi anni. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha attraversato una fase di forte inflazione legata soprattutto alla crisi energetica e alle tensioni sulle materie prime. In quel periodo l’indice generale dei prezzi al consumo è aumentato di circa il 17%, mentre i prezzi del carrello della spesa sono cresciuti di circa il 24-25%. Ciò significa che la spesa quotidiana delle famiglie è aumentata circa otto punti percentuali in più rispetto all’inflazione media.
Questa dinamica spiega perché molte famiglie continuino a percepire un forte aumento del costo della vita anche oggi, nonostante il rallentamento dell’inflazione generale. Quando si stabilizzano i prezzi dell’energia o dei beni durevoli, l’indice complessivo può scendere. Ma se continuano a crescere i prezzi dei beni acquistati ogni giorno – pane, pasta, carne, frutta, detergenti e prodotti per l’igiene – l’impatto sui bilanci familiari resta elevato.
In questo contesto, i buoni pasto rappresentano uno degli strumenti più concreti per sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori. Non si tratta soltanto di un beneficio accessorio, ma di una forma di welfare che incide direttamente sulla spesa quotidiana delle famiglie. Per molti dipendenti, soprattutto nelle grandi città o nei poli amministrativi, i buoni pasto sono diventati negli anni una componente importante del reddito disponibile destinato all’alimentazione.
È proprio per questo che la richiesta che abbiamo avanzato assume un valore particolare. Adeguare il valore dei buoni pasto del pubblico impiego almeno alla soglia defiscalizzata riconosciuta ai lavoratori del settore privato significherebbe riconoscere che l’aumento del costo della vita colpisce allo stesso modo tutti i lavoratori, indipendentemente dal comparto in cui operano. Allo stesso tempo rappresenterebbe un intervento relativamente semplice dal punto di vista amministrativo, ma con effetti immediati sulla capacità di spesa di milioni di dipendenti pubblici.
L’intervento avrebbe anche una valenza economica più ampia. I buoni pasto vengono utilizzati quasi esclusivamente per l’acquisto di generi alimentari e prodotti di base, cioè proprio quei beni che negli ultimi anni hanno registrato gli aumenti più consistenti. Rafforzare questo strumento significherebbe quindi sostenere direttamente la domanda interna e offrire una risposta concreta al problema del caro spesa.
Dopo lo shock inflazionistico degli ultimi anni, il tema della tutela del potere d’acquisto è tornato con forza al centro delle politiche del lavoro. I dati dell’Istat dimostrano che, nonostante il rallentamento dell’inflazione generale, il costo della spesa quotidiana continua a crescere più della media dei prezzi. E il fatto che la rilevazione di febbraio abbia mostrato un aumento dell’inflazione superiore alle aspettative rende il quadro ancora più incerto.
È proprio questo scarto tra inflazione complessiva e inflazione del carrello della spesa a rendere ancora più urgente una misura di equità come quella proposta da Confsal-UNSA. Adeguare i buoni pasto nel pubblico impiego non significherebbe soltanto correggere una disparità rispetto al settore privato, ma anche riconoscere una realtà economica evidente: negli ultimi anni il costo della vita è aumentato soprattutto per ciò che le famiglie comprano ogni giorno. Ed è proprio lì che serve un sostegno concreto.
