La scorsa settimana ho dedicato questa mia riflessione domenicale all’estensione, nel decreto sicurezza, delle misure a tutela dell’incolumità degli insegnanti, già riconosciute da anni ai medici e agli infermieri dei pronto soccorso e non solo. La mia tesi è che quella tutela va allargata a tutti i dipendenti pubblici che operano a contatto con il pubblico, perché non sono rari i casi di aggressioni verbali e purtroppo anche fisiche, nei loro confronti.
Si tratta di misure necessarie, e direi anche indispensabili, ma da sole insufficienti a sanare il grave vulnus alla considerazione sociale dei dipendenti pubblici inferto da anni da una narrazione superficiale, ideologica e populista. “Fannulloni”, “furbetti del cartellino”, privilegiati inamovibili: etichette ripetute fino a diventare senso comune. Ogni scandalo, ogni caso isolato di assenteismo o inefficienza è stato trasformato in paradigma. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una categoria vasta e composita è scesa ai minimi nella considerazione pubblica, schiacciata da una generalizzazione che non distingue tra responsabilità individuali e funzione collettiva.
Eppure, il dipendente pubblico non è un’entità astratta. È il medico che ti accoglie al pronto soccorso quando hai paura, l’infermiera che veglia di notte, l’insegnante che intercetta il talento o la fragilità di tuo figlio, l’agente che presidia il quartiere, l’impiegata comunale che ti aiuta a districarti tra pratiche e scadenze. È chi garantisce diritti fondamentali: salute, istruzione, sicurezza, giustizia, assistenza. Senza questo tessuto quotidiano, lo Stato non sarebbe un’idea, ma un’assenza.
La demonizzazione sistematica ha prodotto effetti profondi. Ha eroso l’autostima professionale di milioni di persone che hanno scelto il servizio pubblico per vocazione o per senso civico. Ha alimentato un clima di sospetto permanente, in cui l’errore diventa prova di malafede e la fatica invisibile non fa notizia. Ha scoraggiato i giovani talenti dall’intraprendere carriere pubbliche, percepite come poco valorizzate e costantemente sotto accusa. In un Paese che invecchia e che deve affrontare sfide complesse — dalla transizione digitale a quella ecologica, dall’inclusione sociale alla gestione delle emergenze — questo è un lusso che non possiamo permetterci.
Non si tratta di negare problemi reali. Le inefficienze esistono, così come esistono casi di abuso. Ma combatterli richiede strumenti, organizzazione, formazione, valutazione seria delle performance. Non slogan. L’idea che l’intero comparto pubblico sia intrinsecamente inefficiente ha finito per giustificare tagli lineari, blocchi del turnover, contratti fermi, carichi di lavoro crescenti. In molti uffici e ospedali si lavora con organici ridotti e sistemi informatici obsoleti. Pretendere l’eccellenza senza investimenti significa alimentare un circolo vizioso: servizi in affanno, cittadini frustrati, ulteriore discredito.
Il clima di delegittimazione ha anche una dimensione sociale più inquietante. Le aggressioni a medici, infermieri e insegnanti non sono episodi isolati, ma la punta dell’iceberg di un’insofferenza diffusa. Quando chi rappresenta l’istituzione viene percepito come un ostacolo o un nemico, il patto civico si incrina. La rabbia spesso figlia di disservizi o attese, si scarica su chi è in prima linea, trasformando il confronto in conflitto. È un segnale di fragilità democratica: se si perde rispetto per chi garantisce i diritti, si perde rispetto per i diritti stessi.
Rivalutare la figura del dipendente pubblico non significa costruire una retorica autocelebrativa. Significa restituire complessità al dibattito, riconoscere meriti e responsabilità, raccontare le buone pratiche che esistono e funzionano. Significa distinguere tra inefficienze strutturali e comportamenti individuali, tra errori e dolo. Significa, soprattutto, affermare che il servizio pubblico è un bene comune, non un peso.
C’è bisogno di una grande operazione culturale. Nelle scuole di giornalismo e nei media, per evitare la tentazione della generalizzazione facile. Nella politica, per superare la scorciatoia della propaganda anti-statale che paga nel breve periodo ma impoverisce il lungo. Nelle amministrazioni stesse, che devono aprirsi alla trasparenza, investire in formazione continua, valorizzare il merito e premiare l’innovazione. E nella società civile, che può contribuire con forme di partecipazione e controllo costruttivo.
Riconoscere il valore del lavoro pubblico è anche una questione di equità. I dipendenti pubblici non sono una casta separata: sono parte della comunità e ne condividono i problemi e le aspirazioni. Quando un insegnante motivato riesce a ridurre la dispersione scolastica, l’intero territorio ne beneficia. Quando un’équipe sanitaria ben coordinata accorcia le liste d’attesa, cresce la fiducia nel sistema. Quando un ufficio comunale digitalizza procedure complesse, si libera tempo per cittadini e imprese. Il ritorno sociale di un’amministrazione efficiente è enorme, ma spesso invisibile.
In un’epoca di polarizzazioni, recuperare fiducia reciproca è un compito urgente. Non si costruisce fiducia senza responsabilità, ma neppure senza riconoscimento. Servono riforme intelligenti, valutazioni trasparenti, investimenti mirati, ma anche atti che rendano manifesta l’alta funzione che il dipendente pubblico assolve, penso all’introduzione del giuramento sulla Costituzione all’atto dell’entrata in servizio. Ma serve pure un cambio di sguardo: vedere nel dipendente pubblico non il simbolo di un problema, bensì una risorsa da valorizzare.
Lo Stato non è un palazzo lontano. È la somma delle persone che ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, tengono insieme il Paese. Rivalutare la loro figura significa rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini. Significa ricordare che i diritti non si auto-realizzano: hanno bisogno di competenze, dedizione, presenza. E che dietro ogni sportello, ogni corsia, ogni aula, c’è qualcuno che, nonostante tutto, continua a fare il proprio dovere. Si spendono, giustamente, milioni di euro in campagne di comunicazione per utilità sociale, dedicarne una parte a questo scopo sarebbe un buon inizio.

Bravo, grande. Ora dato che ti vanti di essere il primo sindacato della giustizia istituisci una commissione che salvi i dipendenti degli uffici giudiziari dal ministero giacché questo ne ignora completamente l’esistenza