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Statali, un rischio ritardare gli aumenti. Il contratto va firmato al più presto

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Il ministro della Funzione pubblica Paolo Zangrillo, foto conferenza stama

C’è un vecchio film del 1972, diretto da Luciano Salce, che s’intitolava Il Sindacalista. Penso che chiunque faccia il mio lavoro dovrebbe averlo visto almeno una volta. È la storia dell’operaio Saverio, interpretato da Lando Buzanca, esponente di base del sindacato che fa dell’intransigenza il suo credo e che proprio per questo motivo ha dietro di sé di tutti gli altri lavoratori della fabbrica, gli stessi che conduce, a forza di vittorie parziali, fino a uno sciopero ad oltranza, salvo scoprire che quell’esito era proprio quello voluto dall’imprenditore che puntava a far fallire l’impresa per cederla agli speculatori. Ecco, il pericolo di costruire con grande impegno e fatica una strategia che porti alla vittoria, per poi scoprire nel momento della sconfitta, come accadde durante la guerra dei 7 anni al Maresciallo di Francia Charles de Rohan, di aver lavorato per il re di Prussia, è, o almeno dovrebbe essere, il vero spauracchio di un sindacalista.

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Dico questo perché mi preoccupa la spaccatura che si sta verificando sul fronte sindacale durante i primi passaggi della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale del pubblico impiego. Come si sa, il governo ha messo sul piatto 8 miliardi di euro, stanziati con l’ultima legge di bilancio. Sono soldi che ora ci sono e se il contratto sarà approvato, dovranno essere spesi anche per gli esercizi successivi. In caso contrario, c’è il rischio che diventino un residuo nei conti pubblici e accendano gli appetiti per altre misure. Insomma meglio dare continuità ai contratti, e magari iniziare a ragionare della prossima tornata piuttosto che lasciare le somme stanziate per troppo tempo nel bilancio dello Stato. I tempi che si preannunciano sono di vacche magre, e partiti politici e ministri potrebbero essere determinati a tirare dalla propria parta una coperta che era già corta prima, ma diventerà ancora più ridotta con la prossima legge di Bilancio, che dovrà tenere conto del nuovo Patto di Stabilità Europeo, con cui l’Italia si è impegnata a ridurre il debito dell’1% l’anno e per farlo dovrà seguire una traiettoria di riferimento della spesa primaria netta che renda plausibile la correzione del rapporto tra debito e Pil nel medio periodo.

Al di là delle astruserie di questo linguaggio da economisti, c’è un dettaglio molto chiaro in questo nuovo percorso obbligato, ossia che la posta economica su cui si punterà l’attenzione dei censori europei nel valutare i conti pubblici italiani e dei tecnici del ministero dell’Economia nel preparare la legge di Bilancio, sarà la spesa primaria netta, voce che secondo i manuali comprende la spesa pubblica nominale al netto della spesa per interessi, della spesa ciclica per la disoccupazione, delle misure discrezionali sulle entrate e della spesa relativa ai programmi dell’Unione. In parole molto più semplici, significa che l’indicatore di riferimento su cui saranno valutati i conti pubblici italiani sarà una massa di spesa che comprende per lo più la somma di tutti gli stipendi pubblici. Facile capire che se di qui a fine anno quegli 8 miliardi di aumento dei salari pubblici non saranno portati a regime, potrebbero finire per essere preda di altri appetiti.

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Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, al colto pubblico e all’inclita guarnigione, come dicevano una volta gli imbonitori di fiera, invece, nel nostro fronte sindacale c’è chi chiede risorse aggiuntive, senza le quali non firmerà alcun accordo, dimenticandosi di chiarire ai lavoratori che la cifra in ballo (160 ero lordi al mese in media per lavoratore) è la più alta, in termini assoluti e anche in percentuale, messa sul tavolo negli ultimi venti anni. Per capire di che cosa stiamo parlando forse sarà il caso di fare un po’ di passi indietro: Il Ccnl 2008-2009 si chiuse con un aumento medio del 3,2%, ossia di 78 euro lordi al mese. Per circa 10 anni, grazie al blocco dei contratti, la situazione restò cristallizzata, e si riprese a trattare solo a inizio 2018, grazie alla sentenza della Consulta, che dichiarò incostituzionale il blocco della contrattazione deciso a suo tempo dal governo di Mario Monti, accettando la tesi del ricorso presentati da noi di CONFSAL-Unsa. A febbraio 2018, quindi ottenemmo un aumento del 3,48%, cioè di 85 euro. Il contratto successivo, (2019-2021) è stato rinnovato solo a maggio 2022, e ha portato ad un aumento medio di 105 euro lordi al mese, cioè il 4,07% in più.

All’epoca firmammo tutti quelle intese, convinti che non fossero le cifre ideali, ma certamente i migliori aumenti possibili alle condizioni date (che è proprio l’obiettivo a cui ogni sindacalista deve tendere). Ora, di fronte a un aumento del 5,78%, una parte delle organizzazioni sindacali dice che non basta e come giustificazione sostiene che una parte consistente di quella cifra è già stata incassata dai lavoratori, grazie al maxi-anticipo dello scorso anno, quindi, a molti lavoratori questo rinnovo potrebbe non dare un euro in più. Eventualità possibile, peccato che quel maxi-aumento fosse una posta una tantum, in vista del rinnovo contrattuale, se quest’ultimo non dovesse esserci l’altra metà di quei soldi di certo non ci saranno nella busta paga di gennaio. È questo che vogliamo?

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Ripeto: l’unico modo per avere la certezza che l’intero aumento valga anche per gli anni a venire è metterlo a regime subito, approvando la parte economica del CCNL del pubblico impiego entro la fine del 2024. Sulla parte normativa prendiamoci tutto il tempo che possa servire, ma mettiamo in sicurezza la parte economica. Chiedere di più ora significa giocare sui portafogli delle persone. I lavoratori pubblici sono già un bancomat per lo Stato, che si tiene per anni in tasca Tfs e Tfr, che per decenni ha congelato i contratti, che continua a bloccare il turnover, costringendo al superlavoro i colleghi delle strutture sottorganico. Vogliamo fargli anche questo favore? Far risparmiare ai decisori politici una posta che potrebbe far comodo per far contenta qualche altra categoria elettoralmente più appetibile? Il re di Prussia si sta già fregando le mani.

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