I lettori mi scuseranno se questa volta la mia riflessione domenicale ha preso la forma di una lettera, indirizzata ad una giornalista seria e importante come Milena Gabanelli. Ecco che cosa le ho voluto dire:
Gentile dottoressa,
ho letto con attenzione il suo Dataroom sul Corriere della Sera, del 27 aprile scorso, dedicato al tema – cruciale – dei prezzi in crescita e degli stipendi fermi. È un’analisi che coglie un disagio reale, diffuso, che riguarda milioni di lavoratori italiani. Proprio per questo, però, credo sia utile integrare alcune sue riflessioni, almeno per quanto riguarda il fronte del lavoro pubblico, dove il quadro è più articolato di quanto emerga.
Punto primo: i contratti e i ritardi.
A febbraio 2026, è vero, tutti i contratti del pubblico impiego risultavano formalmente scaduti. Ma fermarsi a questo dato rischia di essere fuorviante. I rinnovi fuori tempo massimo non sono una novità: rappresentano, purtroppo, una costante fin dall’avvio della contrattazione collettiva nel 1993. E sono, questo sì, il segnale più evidente della disattenzione della politica verso chi fa funzionare lo Stato.
Parlo di politica perché, nelle relazioni industriali del pubblico impiego, la controparte non è l’impresa privata ma il Governo, centrale o locale. Tuttavia, proprio nel comparto delle Funzioni Centrali, qualcosa è cambiato. Nel 2024 abbiamo chiuso – con ritardo – il contratto 2018-2021. Ma già nel 2025 abbiamo recuperato terreno, definendo l’accordo 2022-2024 entro la fine dell’anno precedente (formalizzato poi a gennaio per ragioni tecniche). Oggi, nel 2026, siamo nelle condizioni di chiudere anche il triennio 2025-2027 entro tempi fisiologici.
Se questo accadrà, non sarà un dettaglio: sarà un risultato storico. E non per autocelebrazione, ma perché significherebbe aver spezzato una prassi trentennale di ritardi sistemici. Un obiettivo che, peraltro, è dichiaratamente condiviso anche dal Governo.
Punto secondo: inflazione e potere d’acquisto.
Lei sottolinea come il ritardo nei rinnovi impedisca agli stipendi di tenere il passo con l’inflazione. È vero. Ma anche qui è necessario ricordare da dove veniamo. Nel pubblico impiego abbiamo subito quasi un decennio di blocco contrattuale e salariale, imposto dal decreto-legge 78/2010 durante il governo Berlusconi. Dal 2008 al 2018, di fatto, le retribuzioni sono rimaste congelate.
Se oggi quel blocco è alle spalle, lo si deve anche alla battaglia portata avanti da sindacati come il nostro, che hanno condotto la questione fino alla Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 178 del 2015, la Corte ha dichiarato illegittima la proroga del blocco oltre il 2014, costringendo il Governo a riaprire la stagione contrattuale.
Questo passaggio non è un dettaglio storico: è la prova concreta che il tema del potere d’acquisto è da tempo al centro dell’azione sindacale.
Punto terzo: gli aumenti e il dibattito sindacale.
È vero, gli ultimi rinnovi non hanno recuperato integralmente l’inflazione, soprattutto se si osservano i singoli trienni segnati da shock eccezionali come la pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina. Ed è su questo punto che si è aperta una divisione nel fronte sindacale, con alcune organizzazioni che non hanno firmato gli accordi.
Ma la valutazione cambia se si guarda al percorso complessivo. In poco più di tre anni siamo riusciti a chiudere due contratti e siamo prossimi al terzo. Non è una dinamica ordinaria: è una discontinuità.
I numeri lo dimostrano. Nel contratto firmato a gennaio 2025 per le Funzioni Centrali, gli aumenti medi mensili sono stati significativi e tra i più elevati registrati. A livello complessivo, il rinnovo 2019-2021 ha mobilitato oltre 9 miliardi di euro; quello 2022-2024 più di 10,8 miliardi; il prossimo triennio 2025-2027 dispone già di circa 10,9 miliardi stanziati. A questi si aggiungono oltre 11 miliardi già previsti per il periodo successivo.
Non solo: negli ultimi accordi è stata introdotta una novità di sistema, ovvero la garanzia delle risorse necessarie per i rinnovi futuri fino al 2030. Un elemento che cambia radicalmente la prospettiva, perché introduce una continuità finanziaria che in passato è sempre mancata.
Punto quarto: i dati sull’inflazione e le dinamiche reali.
Per valutare correttamente il recupero del potere d’acquisto, è necessario utilizzare indicatori omogenei, come l’Ipca (indice armonizzato dei prezzi al consumo al netto degli energetici importati), riferimento nelle contrattazioni europee.
Secondo i dati dell’Aran, tra il 2016 e il 2027 l’Ipca crescerà complessivamente del 25,4%. Nello stesso periodo, gli stipendi pubblici – considerando aumenti già erogati e risorse già stanziate – registrano dinamiche molto vicine a quel valore e in alcuni casi lo superano.
Nel 2027, ad esempio:
le Funzioni Centrali segneranno un incremento del 23,9%;
la Sanità del 24,6%;
le Funzioni Locali del 20,2%;
l’area dirigenziale sanitaria arriverà al 26,1%.
Sono dati che raccontano una realtà più sfumata: il recupero non è ancora pieno ovunque, ma è in corso e, soprattutto, è strutturalmente impostato.
Conclusione
Nessuno, tantomeno noi, sostiene che il problema sia risolto. Ma sostenere che i salari siano semplicemente fermi rischia di oscurare uno sforzo reale, concreto, che nel pubblico impiego è già in atto.
Il recupero del potere d’acquisto non si realizza in un solo contratto, soprattutto dopo shock economici globali senza precedenti. Si costruisce nel tempo, attraverso continuità contrattuale, risorse certe e una strategia coerente.
Ed è esattamente ciò che, almeno nel nostro settore, stiamo facendo. Con l’obiettivo – tutt’altro che irrealistico – di arrivare entro il 2027 al pieno recupero dell’inflazione e, nel triennio successivo, a un incremento reale delle retribuzioni.
È su questo terreno che crediamo si giochi oggi la vera responsabilità: non negare i problemi, ma riconoscere anche i passi avanti, quando ci sono.
Con rispetto,
Massimo Battaglia
Segretario Generale Confsal-UNSA
