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Sebastiano Fadda: «Sì al lavoro agile senza quote»

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«Non servono camicie di forza per il lavoro agile, ma occorre ristrutturare i processi produttivi». A parlare è il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda. Che spiega: «La sfida particolare per la Pa è quella della padronanza delle nuove tecnologie sia da parte dei manager sia da parte dei dipendenti. Il lavoro ibrido è il futuro, nel privato come nel pubblico, ma bisogna saperci arrivare».

Cosa ne pensa delle quote fisse per il lavoro da remoto nella Pa?

«Si parla molto di quote per la Pubblica Amministrazione ma credo che il tema così sia mal posto. Non servono “camicie di forza” ma semmai, e soprattutto nella Pa, bisogna ristrutturare i processi produttivi in modo da catturare i vantaggi di una combinazione ottimale tra fasi del lavoro svolte in presenza e fasi svolte da remoto. Intendiamoci: ci sono uffici pubblici che non funzionano o non sono propriamente “portati” per lo smart working ma ci sono tante realtà nel nostro Paese in cui la Pa, grazie alle nuove tecnologie, ha dato esempio di grande efficienza. Per questo non ha senso parlare di quote, essendo necessarie soluzioni differenziate».

Quindi?

«Semmai bisognerebbe puntare sullo sviluppo di nuove competenze, su manager in grado di pianificare e riorganizzare organicamente anche nella Pa le fasi dei processi e le procedure operative, i tempi, gli ambienti per il lavoro in presenza individuale e di gruppo, le modalità di leadership, le relazioni interpersonali con e tra i dipendenti, il monitoraggio e il controllo dei risultati».

Dal 15 ottobre comincerà il progressivo rientro dei dipendenti pubblici. Si rischia un ritorno ai vecchi modelli organizzativi?

«Spero di no, il lavoro agile oltre ad essere stato un toccasana durante la pandemia, perché ha permesso a molti lavoratori di salvaguardare le proprie attività, ha aperto una prospettiva che si svilupperà anche dopo la fase emergenziale. Ora bisogna non sprecare questa occasione e fare in modo che ciò che l’emergenza ha in molti casi trasformato in semplice “telelavoro” diventi l’avvio di un processo di ristrutturazione dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro, comprese le procedure burocratiche che più coinvolgono la Pa. Inoltre non dobbiamo dimenticarci che lo smart work è una diversa organizzazione del lavoro da cui discende una diversa modalità di prestazione lavorativa. Per questo andranno dunque definiti a livello di contrattazione decentrata, nell’ambito di una cornice di regole fondamentali, tutti i problemi specifici di tale modalità (contenuti, tempi, luoghi, leadership, controllo, buoni pasto)».

In molti nella Pa chiedono forme di lavoro ibrido. È questo il futuro?

«Per molte aziende private lo è già, del resto il lavoro “smart” è “ibrido” per definizione. Quel che è certo è che, anche per la Pa, non si deve tornare indietro. Bisogna però capire come andare avanti. Certamente bisogna puntare, attraverso una accurata e efficiente pianificazione, sull’alternanza durante la settimana tra lavoro in presenza e da remoto per cumulare i vantaggi delle due modalità. La sfida particolare per la Pa è quella della padronanza delle nuove tecnologie sia da parte dei manager sia da parte dei dipendenti, da utilizzare per innovare processi produttivi e organizzazione del lavoro, pianificando una combinazione ottimale di funzioni e fasi di lavoro in presenza con funzioni e fasi di lavoro da remoto. Il tutto finalizzato a migliorare la produttività e contemporaneamente la qualità del lavoro, la qualità dei servizi prestati e il benessere dei lavoratori. Sì, il futuro è il lavoro ibrido, bisogna però essere in grado di arrivarci, soprattutto nella Pa».

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