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Sanità, sacrosanti gli aumenti ai medici. Ma anche agli insegnati, ai poliziotti e a tutti i dipendenti dello Stato. I soldi vadano ai contratti

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La diffidenza di Laoconte verso il cavallo di legno lasciato dai greci di fronte alle mura di Troia non sarà stata la migliore réclame della fiducia nel prossimo, ma è certo che se i troiani avessero dato retta al loro sacerdote la città non sarebbe caduta (per capirci è il passaggio del secondo libro dell’Eneide che i ginnasiali di una volta dovevano imparare a memoria in latino: Timeo Danaos et dona ferentes…). Se poi non vogliamo andare così indietro nel tessere le lodi di un sano scetticismo, possiamo fare un salto di tremila anni e passare dalla Guerra di Troia alla saggezza un po’ luciferina di un politico del secolo scorso, come Giulio Andreotti, che diceva: “A pensar male si fa peccato, però sovente ci si azzecca”. Fatte queste premesse è difficile non farsi venire in mente un qualche pensiero maligno leggendo l’intervista recentemente rilasciata al Sole 24 ore dal ministro della Salute Orazio Schillaci.

“Per la Sanità”, ha detto al quotidiano di Confindustria l’esponente del governo, “servono 3- 4 miliardi in più da destinare prioritariamente agli incentivi per il personale in modo da rendere più attrattivo il Ssn. Poi appena possibile va superato il tetto di spesa sul personale perché abbiamo bisogno di fare più assunzioni”. Difficile non essere d’accordo, come assolutamente condivisibile è un’altra affermazione di Schillaci, contenuta nel messaggio inviato al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini: “ereditiamo un decennio di tagli lineari che è costato 37 miliardi alla sanità. La pandemia ha dimostrato che non aver investito in salute è stato un errore perché la crisi sanitaria è diventata crisi economica e sociale”.

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Tutto vero, i tagli alla Sanità sono stati un grande errore e chi lavora nel comparto dovrebbe essere pagato di più. E allora se quanto dice il ministro è sacrosanto, perché sarebbe saggio manifestare una certa diffidenza? Perché il ministro non può essersi scordato che il comparto Sanità deve ancora rinnovare il contratto di lavoro scaduto nel 2021, mentre quello precedente, scaduto a fine 2018, è stato rinnovato solo nel novembre scorso. E quando si parla di aumenti di retribuzione è il confronto contrattuale che dovrebbe essere la sede privilegiata, anzi l’unica sede propria, in cui affrontare la materia.

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Il ministro, invece, nelle sue recenti esternazioni fa diretto riferimento al decreto Bollette del marzo scorso, all’interno del quale sono state alzate le indennità di pronto soccorso e aumentato da 60 a 100 euro il pagamento di ogni ora di straordinario per i camici bianchi impegnati nei reparti di emergenza. “Un buon modo per abbattere i tempi di attesa”, ha spiegato infatti il ministro nell’intervista al Sole, “è quello di incentivare i medici del Servizio sanitario nazionale a lavorare di più. Spero di avere in manovra 3-4 miliardi in più per la Sanità e i soldi aggiuntivi che ci saranno devono essere impiegati per pagare meglio il personale allargando ad esempio agli altri medici i benefici che lo scorso marzo abbiamo riconosciuto a chi lavora nei pronto soccorso che erano quelli che soffrivano più di tutti”.

Difficile negare che le basse retribuzioni, come le carenze di organico, siano uno dei problemi più urgenti da risolvere nella Sanità pubblica. Del resto se a un settore cruciale si tagliano anno dopo anno gli stanziamenti e ai lavoratori non si rinnovano per anni i contratti, è chiaro che si creano sofferenza e disagio, che pesano in maniera diretta sia sui dipendenti sia sugli utenti.

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Per risolvere l’emergenza si vuole ora anticipare un aumento della retribuzione per il personale sanitario? Benissimo, lo si faccia! Contestualmente però all’apertura delle trattative contrattuali e non solo per medici e infermieri, ma anche per poliziotti, vigili del fuoco, insegnanti e tutte le altre articolazioni del pubblico impiego, settore che non comprende o meglio non dovrebbe, la categoria dei figli di un dio minore. Quello che si avverte, invece, è che i singoli ministri stanno, ognuno per conto proprio, bussando alle porte di via XX Settembre per chiedere al ministro Giancarlo Giorgetti un po’ di risorse da trovare tra le pieghe delle poste di bilancio, soldi che se mai fossero trovati, difficilmente prenderebbero la via delle buste paghe dei dipendenti della rispettiva amministrazione. Peccato che, in ogni caso, queste poste si stiano assottigliando ogni giorno di più, mentre parallelamente vengono ridimensionate le aspettative sulle misure sbandierate fino a poche settimane fa su fisco e investimenti.

Di rinnovi contrattuali, invece, proprio non se ne parla più. Ecco allora che far balenare qualche aumento retributivo (tutto da verificare) per un solo settore, senza affrontare in modo organico, come si può fare in un contratto, l’intera articolazione retributiva e organizzativa del comparto, somiglia tanto a una fregatura. Per la Sanità e per tutto il settore pubblico. C’è una via maestra da percorrere, se invece, come sempre, si vogliono imboccare viottoli laterali, che non si sa neanche bene dove portino, si finisce per andare a sbattere. E allora, come diceva il vecchio Andreotti, a non fidarsi si farà pure peccato ma non si passerà per fessi.

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