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Sabino Cassese: «Attenti alle “abbuffate” sul reclutamento»

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Alla vigilia di uno dei più grandi reclutamenti di massa di personale (seppure a termine) nella Pubblica amministrazione italiana in vista dell’attuazione del Pnrr, sono diversi «i punti critici» della riforma del reclutamento targata Brunetta da tenere d’occhio, non dimenticando che «dopo i lunghi digiuni le “abbuffate” fanno male» perché si rischia di fatto di bloccare nuovamente le assunzioni «per un altro decennio» a danno dei meritevoli del domani. Con queste parole, in una chiacchierata con PaMagazine, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e tra i massimi esperti di Pubblica amministrazione in Italia, delinea i pericoli che si celano nel piano del Governo, a caccia, tramite concorsi veloci e il portale del reclutamento (InPa), di personale specializzato per attuare il Piano di Ripresa e resilienza. La ricetta di Cassese è semplice: «Occorre che le porte dell’amministrazione siano sempre aperte ai capaci e meritevoli», partendo da un serio report che ci dica da chi è composto oggi il personale della Pa, e «uscendo dalle troppo rigide griglie volute da sindacati» in tema di trattamenti economici, per riuscire ad attrarre nel pubblico le migliori professionalità del Paese.

Professor Cassese, dall’autunno inizierà il reclutamento, con le nuove regole, di tecnici, esperti e professionisti necessari alla P.a. per l’attuazione del Pnrr. Intravede criticità?

Ogni operazione di questa complessità presenta punti critici. Provo ad elencarne alcuni. In primo luogo, quante assunzioni complessivamente saranno fatte? Per la scuola si ha notizia di assunzioni di precari per 62.000 persone o 112.000 persone, mentre vi sarebbero 230.000 aspiranti. Bisogna stabilire, per tutto il personale, la quota di posti scoperti che si vuole coprire. Occorre stabilire quanti saranno quelli che saranno assunti in base al piano di ripresa. Il secondo punto critico riguarda la gestione della selezione: occorre che sia gestita da commissari competenti e ricordare che i loro compensi sono troppo bassi per fare un lavoro serio. Occorre che abbiano tempo disponibile. Bisogna evitare che vi siano deresponsabilizzazioni a causa di alcuni automatismi. Bisogna coprirli da eventuali rischi di tipo processuale. Il terzo punto critico riguarda la necessità di seguire giurisprudenza e pareri del Consiglio di Stato, in particolare quelli recenti relativi al servizio prestato dai supplenti per poter partecipare alle selezioni. Il quarto punto critico riguarda l’offerta economica. L’insuccesso del concorso Sud per il quale vi erano 2800 posti e vi sono stati solo 1483 idonei dovrebbe insegnare qualcosa. Il quinto punto critico è quello della imparzialità: bisogna uscire dalle grinfie del clientelismo sindacale. Da ultimo, ricordo quello che ha dichiarato Tito Boeri alla “Stampa” il 18 agosto: la riforma della pubblica amministrazione è partita col piede sbagliato con concorsi riservati agli interni e non ai tanti bravi giovani residenti in Italia e all’estero.

La fretta dettata dalle tempistiche del Pnrr e dalla necessità impellente di reclutare personale nella P.a. per la sua attuazione possono esporre al rischio di chiudere un occhio sulle competenze, reclutando magari persone senza esperienza necessariamente da formare?

Ritorniamo al problema della gestione: il quadro normativo adesso è chiaro e non è dei migliori. Può essere gestito più o meno bene. Non bisogna dimenticare che dopo i lunghi digiuni le “abbuffate” fanno male non solo alla pubblica amministrazione, ma anche alla società italiana, perché non rispettano i criteri di giustizia tra le generazioni: se ora si coprono tutti i posti che sono o si rendono disponibili, la situazione sarà bloccata per un altro decennio, a danno dei nuovi laureati e diplomati. Occorre che le porte dell’amministrazione siano sempre aperte ai capaci e meritevoli. Un altro punto da considerare è quello messo in luce in un rapporto dell’Aran, relativo al numero di diplomati che ricoprono posti che dovrebbero essere occupati da laureati. Quindi, una sottodotazione della pubblica amministrazione in termini di personale.

Il primo bando di concorso con preselezione e prova scritta per assumere 2800 tecnici specializzati da inviare nelle amministrazioni meridionali è stato un mezzo flop. Qual è secondo lei stato il maggior problema e come non replicarlo?

Questo esperimento negativo è stato già oggetto di riflessioni da parte del governo. Certamente c’è un problema di offerta economica. Altrettanto certamente c’è un problema di orientamento della formazione a livello di istruzione superiore e di università. È inutile continuare a produrre tanti giuristi, ad esempio, dando loro una formazione formalistica, quando ci sarebbe bisogno di economisti, di analisti delle procedure, di programmatori, di esperti digitali, e tutto questo si deve fare con un’azione – da cominciare subito – di orientamento e anche di modificazione dei programmi di insegnamento sia nelle scuole superiori, sia nelle università. Aggiungo che sarebbe ora che Dipartimento della funzione pubblica, Ragioneria generale dello Stato e Istat unissero le loro forze per preparare un serio ed ampio rapporto sul personale pubblico sul quale sappiamo molto poco. Ad esempio, non sappiamo quanti siano quelli che sono entrati nelle amministrazioni per concorso e quelli che sono entrati per nomina discrezionale – politica. Questo elemento della conoscenza e della trasparenza è importante.

Secondo lei il piano per il reclutamento nella P.a. di alte professionalità per l’attuazione del Pnrr rende la pubblica amministrazione competitiva, nell’offerta di lavoro, rispetto alle imprese private? O si cercano profili altamente specializzati offrendo uno stipendio relativamente basso e poche prospettive future?

Quello dei trattamenti economici è un problema annoso che si può risolvere soltanto uscendo dalle troppo rigide griglie volute da sindacati che non si rendono conto dell’importanza di premiare il merito e di accelerare la carriera delle persone dotate di maggiore esperienza e talento

Il dl Reclutamento, approvato in via definitiva dal Parlamento prima della pausa estiva, autorizza le amministrazioni pubbliche impegnate nell’attuazione del Pnrr a derogare, fino a raddoppiarli, i limiti percentuali attualmente previsti dalla legge per l’attribuzione di incarichi dirigenziali a soggetti esterni. Una necessità inderogabile o ravvisa dei rischi?

Un errore grave fatto da un governo che dichiara di voler premiare il merito ma non è coerente con le sue dichiarazioni. L’ho segnalato in un articolo del Corriere della Sera, seguito da due precisazioni. Ma il “political patronage” ha radici troppo profonde.

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