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La crescita di Unsa alle Rsu. Alle elezioni dei sindacati premiata la tutela dei lavoratori

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30 Settembre 2021 - Protesta Confsal Unsa - Montecitorio, Roma.

Una delle peggiori tradizioni della politica (prima o seconda repubblica, da questo punto di vista si assomigliano molto) è il cantar vittoria a ogni tornata elettorale, perché tanto, a prescindere dal risultato effettivo, c’è sempre una precedente tornata, tra quelle più o meno vicine, a cui far riferimento per dimostrare che si è comunque migliorata la performance. Ma quella, appunto, è politica, pratica in cui la propaganda ha un peso preponderante, nell’attività sindacale dovrebbero valere altre regole. Chi fa sindacato si occupa di questioni molto concrete: salari, turni, orari, condizioni di lavoro e via enumerando. La propaganda non dovrebbe avere molto spazio in tutto ciò. E invece non è così, basta vedere la serie di dichiarazioni che si sono succedute dopo la pubblicazione dei dati sulla rappresentanza sindacale nel pubblico impiego diffusi recentemente dall’Aran. Tutti cantano vittoria (come volevasi dimostrare). E, ovviamente, tutti utilizzano quelle cifre per esaltare la bontà delle scelte compiute, soprattutto nelle trattative contrattuali.

Una pratica su cui si è distinta particolarmente la Cgil, che si è attaccata al dato delle elezioni per le RSU per dire, per esempio, di essere arrivati primi per voti nel comparto delle funzioni centrali, cioè proprio laddove quel sindacato aveva rotto il fronte rifiutandosi di firmare il rinnovo del contratto. I colleghi confederali sono, ovviamente, liberissimi di interpretare come credono quei dati, ma la loro non è analisi, ma propaganda, e basterebbe rileggere, senza occhiali deformanti, le stesse tabelle Aran da cui traggono tanto entusiasmo.

Innanzitutto, è opportuno spiegare che cosa l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni prende in esame. Ogni tre anni, in vista della nuova tornata contrattuale, l’ARAN rileva la rappresentatività sindacale misurando: le deleghe sindacali (cioè il numero di lavoratori che autorizzano la trattenuta del contributo sindacale) e il dato elettorale derivante dalle votazioni per le Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU). La media aritmetica tra questi due elementi determina il tasso di rappresentatività.

Bene, nel comparto delle Funzioni Centrali la Cgil è passata da una media Aran del 20,11% del triennio 2022-2024 al 20,40% che misura la sua rappresentatività all’inizio del triennio attuale, è vero quindi che è salita, ma solo di uno 0,29%, praticamente lo stesso incremento che abbiamo avuto anche noi di Confsal-UNSA, passati dal 15,15% al 15,43%, con una crescita dello 0,28%, di cui siamo ovviamente più che soddisfatti, ma che non ci ha portato a mettere fuori le bandiere o stappare le bottiglie di spumante, come non stiamo qui a mostrare la ruota del pavone nel ricordare che siamo praticamente gli unici ad aver incrementato la propria quota di rappresentanza ogni triennio da quando esiste la contrattazione collettiva nel pubblico impiego. La nostra è una crescita costante, senza battute d’arresto, che ci conforta e inorgoglisce, ma su cui non impostiamo campagne propagandistiche.

È un giochetto, quello su cui hanno voluto indulgere altri colleghi (non solo la Cgil, per la verità), che non ci appassiona. Gli anglofoni lo chiamano cherry picking, che letteralmente vuol dire raccolta di ciliegie, si riferisce all’atto di selezionare solo le informazioni, i dati o le prove che supportano una tesi, ignorando deliberatamente quelle che la contraddicono. Così si può, per esempio, isolare il dato dei voti ottenuti per le RSU e tralasciare quello sulle deleghe, molto meno vantaggioso, oppure capare dal mazzo altre cifre e tralasciarne altrettante. Va bene per ottenere un titolo di giornale e imbastire un comizio, ma nella realtà concreta questo giochetto serve a poco.

Nella realtà, serve dimostrare di essere al fianco dei lavoratori, di difendere i loro diritti e di sostenere le loro aspirazioni, con i fatti e non con le parole. La verifica della bontà delle posizioni te la danno i risultati ottenuti, quali la firma di un contratto innovativo come l’ultimo che abbiamo portato a casa, e la messa in sicurezza dei fondi per i due contratti successivi. Questi sono i nostri argomenti, non la propaganda. E se poi si vuole cercare una riprova di quanto i colleghi abbiano approvato o meno l’accordo sul contratto, suggerirei ai colleghi della Cgil di fare mente locale sulla partecipazione allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil, un anno fa, proprio dopo la sigla della preintesa. Secondo i dati pubblicati dal dipartimento della Funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri, il 29 novembre 2024 scioperarono in 19.662, cioè l’11,88%. Se poi si prendesse in esame l’intero settore del pubblico impiego, comparto per comparto, la rilevazione sarebbe ancora più impietosa: 2,64% di adesioni nella Sanità, 4,37% nelle Regioni a Statuto Speciale e 9,83% nelle Funzioni Locali, 0,54% nella Presidenza del Consiglio, 6,05% nell’Istruzione e Ricerca, per un complessivo risultato finale del 6,21%. E questi sono fatti, non propaganda.

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