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Il sottosegretario Costa: «Basta smart working nella Pa»

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Settembre si avvicina. E il governo si prepara a decidere quali misure prendere per il rientro al lavoro in sicurezza nelle fabbriche e negli uffici. Una questione destinata, inevitabilmente, a coinvolgere non solo il lavoro privato, ma anche quello pubblico. La linea, in qualche modo, sembrerebbe quella tracciata dal sottosegretario alla Salute Andrea Costa. «Sull’obbligatorietà del Green pass», ha detto all’Ansa, «penso a tutte quelle attività dove c’è da garantire la continuità di un servizio, per esempio gli operatori Trasporto pubblico locale, i dipendenti dei market e dei servizi essenziali, ma anche i dipendenti degli uffici comunali e pubblici dovranno tornare alla normalità e in presenza: hanno la responsabilità di garantire un servizio al Paese e a contatto con il pubblico. Non è possibile che in alcuni territori siano ancora chiusi e in smart working».

Del resto era stato lo stesso ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ad aprire a questa possibilità. In una recente intervista al quotidiano Il Messaggero, il ministro aveva chiarito la sua posizione. «Un Paese che marcia a un ritmo di crescita del 6%», aveva detto, «può permettersi oltre il 50% dei dipendenti pubblici in smart working? Le semplificazioni per l’accesso al superbonus con il nuovo modulo Cila, per le autorizzazioni ambientali, per gli appalti richiedono uffici che lavorino al massimo dei giri, servizi perfettamente operativi. Quest’anno, rispetto al precedente, abbiamo gli strumenti per difenderci dal virus i vaccini e quelli per metterci in sicurezza rispetto allo sviluppo le riforme» .

Renato Brunetta
Il ministro della Pa Renato Brunetta

Due indizi, insomma, che fanno una prova della volontà del governo di riportare la maggior parte possibile dei dipendenti in presenza con lo scopo di rafforzare la ripresa economica del Paese. Ma si tratta ovviamente di un discorso che si intreccia con quello del green pass e dell’obbligo vaccinale. Per far rientrare i lavoratori negli uffici è necessario garantire le necessarie condizioni di sicurezza. Per adesso il governo non è ancora riuscito a sciogliere il nodo più complicato: per garantire l’accesso sicuro ai luoghi di lavoro la strada da seguire è quella del green pass o, come chiedono altri, è necessario imporre per legge l’obbligo di vaccino? Si tratta, evidentemente, di scelte che hanno implicazioni profondamente diverse. L’obbligo di vaccino è una scelta la cui responsabilità cade esclusivamente sul governo. Il green pass trasferisce invece un ruolo maggiore di controllo sui datori di lavoro. Con altre complicazioni da valutare. Per esempio: siccome il green pass può essere ottenuto anche con l’esito negativo di un tampone nelle ultime 48 ore, il costo di quel tampone a chi andrebbe addebitato, al lavoratore o al datore?

Nel caso della scuola, che da molti viene considerato l’esempio guida, la linea che il governo potrebbe seguire anche per gli altri comparti, il costo del tampone sarà coperto dagli Istituti solo per i soggetti “fragili”, coloro cioè che non possono essere vaccinati perché hanno magari altre patologie che devono essere dimostrate da un certificato medico. Gli insegnanti “no-vax”, insomma, dovrebbero sostenere da soli l’onere ogni due giorni del tampone. Potrebbe essere questo insomma, il modello anche per il resto dei dipendenti pubblici ai quali sarà richiesto a settembre il rientro in ufficio.

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