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Casa a prezzi accessibili al Nord per tutti gli statali, non solo ai professori

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Nel 1991, intervistato da Giovanni Minoli per la trasmissione Mixer di Rai Due, Amintore Fanfani non ebbe esitazioni a rispondere per quale delle tante opere della sua vita volesse essere ricordato. “Per la legge sulla casa del 1948, grazie alla quale 300 mila operai in tutto il Paese hanno potuto avere un’abitazione. La rinascita dell’Italia è partita da lì”.

E aveva ragione quel piccolo uomo di Pieve Santo Stefano, che fu per nove volte ministro, per sei Presidente del Consiglio e per cinque Presidente del Senato. Il Piano Casa fu la svolta che aprì la via al Boom economico. Ecco perché da circa un anno batto su questo tasto: la strada maestra per il rilancio della Pubblica Amministrazione in Italia passa da un nuovo Piano Casa. Oggi nell’era della post-industrializzazione non è più la fabbrica la vera spina dorsale dell’economia, ma sono i servizi e che cosa fa in larga parte la PA se non generare servizi per la cittadinanza?

Ovviamente non penso che compito dello Stato sia pagare una casa a chiunque lavori per il pubblico, ma farsi carico di livellare il campo di gioco tra il costo della vita, che soprattutto nelle regioni del Nord è arrivato a livelli difficilmente sostenibili, e gli stipendi non adeguati dei pubblici dipendenti, questo sì che sarebbe doveroso e finalmente la politica comincia a capire che si tratta di un tema cruciale.

Intervenendo recentemente a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione, la stessa premier Giorgia Meloni, ha detto che serve un “grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie”, aggiungendo che “senza una casa è più difficile costruirsi una famiglia”. Il Presidente del Consiglio ha poi spiegato che l’obiettivo è di mettere a disposizione decine di migliaia di abitazioni a prezzi calmierati, rivolte sia all’acquisto che all’affitto da parte delle giovani coppie.

Programma, per la verità, già inserito nella scorsa legge di bilancio con uno stanziamento (largamente inadeguato) di 660 milioni, ma poi rimasto lettera morta in mancanza del dpcm che l’avrebbe dovuto rendere operativo. Ora, però, la Meloni rassicura che si partirà davvero con questo progetto che dovrebbe svilupparsi attraverso un percorso che passa da interventi di social housing e nuovi modelli di finanziamento pubblico-privato, a un recupero di alloggi popolari (15.000 in più in cantiere), ma anche dalla riforma del testo unico dell’edilizia, a un nuovo fondo per la rigenerazione urbana, per arrivare fino a nuove garanzie statali sui mutui per la prima casa riservate a giovani coppie, famiglie numerose, under 36, nuclei monogenitoriali etc.

Tutto molto bello e utile, a patto che si capisca che il problema della casa non riguarda solamente le giovani coppie. E qui mi richiamo alla visione di Fanfani: se il motore della rinascita nell’immediato dopoguerra era la fabbrica e ora sono i servizi, permettere alle amministrazioni pubbliche, che sono le principali fornitrici di servizi al cittadino, di sostenere chi lavora per esse diventa strategico.

Che il lavoro pubblico sia in crisi è un dato di fatto che nessuno contesta, soprattutto al Nord. Cito random alcuni dati: a Milano tra il 2023 e il 2024 6 mila dipendenti pubblici si sono dimessi volontariamente, più in generale nelle regioni settentrionali solo il 70% dei posti a concorso viene assegnato, mentre nelle stesse aree in quattro anni 23 mila infermieri si sono licenziati dalle strutture pubbliche, con un picco a Bologna di un 50% di dimissioni. E se si va a fondo nelle motivazioni di questa grande fuga, la prima ragione che tutti evidenziano è la difficoltà di sostenere il costo della vita con le attuali retribuzioni. Ma se non si possono alzare oltre un certo limite queste ultime, è ovvio che si deve in qualche modo calmierare almeno il costo della vita, e fra i fattori che lo rendono insostenibile, le spese per la casa sono ovviamente le più onerose.

Sono quasi le stesse parole usate, non più tardi di due mesi fa, dalla ministra del Turismo, Daniela Santanché, quando ha spiegato di aver sempre ritenuto che uno dei problemi del settore sia la disponibilità di alloggi per i lavoratori, “i più mobili in assoluto. Una situazione che si aggrava nelle aree ad alta densità turistica, dove i costi elevati spingono molti a rifiutare l’impiego”. Per questo motivo lei ha chiesto e ottenuto l’inserimento di un articolo apposito nel Decreto Economia (“Disposizioni urgenti in materia di turismo”), che prevede a fronte di uno stanziamento di 120 milioni nel triennio 2025-2027 “investimenti per la creazione ovvero la riqualificazione e l’ammodernamento, sotto il profilo dell’efficientamento energetico e della sostenibilità ambientale, degli alloggi” destinati ai lavoratori del turismo a condizioni agevolate. 

Se questo è stato già fatto per il turismo, perché non ottenere altrettanto per le forze armate, per quelle di polizia, per la sanità, la scuola, la giustizia e tutti gli altri comparti pubblici dove la mobilità non è da meno e gli stipendi sono quelli che sono. Personalmente sono mesi e mesi che sostengo che se non ci sono soldi per aumentare le retribuzioni o distribuire benefit, non si capisce perché, nei progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, che già esistono e i cui finanziamenti sono già coperti, non si decida di destinare una parte di quegli immobili a residenze per i dipendenti pubblici.

Ora vedo che su sollecitazione di un sindacato della scuola il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha trasmesso questa istanza al tavolo tecnico istituito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, con l’obiettivo di includere nel Piano Casa Italia misure dedicate al personale scolastico, di conseguenza nei futuri progetti di edilizia residenziale sociale saranno destinati alloggi a prezzi calmierati anche per chi lavora nel mondo della scuola, in particolare chi si trasferisce per motivi professionali.

Giusto, ma parziale. Il problema, come ho spiegato poc’anzi, non è di un solo comparto, ma di tutto il settore pubblico e come tale va affrontato. Inutile cominciare una guerra tra poveri, noi rappresentiamo i lavoratori pubblici nel loro complesso e il caro casa è un problema generale, che tocca tutti, perché come diceva il broccardo: “simul stabunt, simul cadent”. Ad avanzare separati non c’è alcun vantaggio.

1 Comment

  1. Vediamo che succede dopo tutto il solito profluvio di chiacchiere fatto da battaglia. Non nuovo ai sermoni. Tu che rivendichi di essere il primo sindacato del settore giustizia perché non ti dai da fare per farci prendere il frd del 2023? E ANCHE QUELLO DEL 2024. VOLA BASSO

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