Il varo del Piano Casa da parte del Governo rappresenta un segnale importante e positivo. Non è ancora il punto di arrivo, ma è certamente un primo passo nella direzione giusta: quella di riportare il tema dell’abitare al centro delle politiche pubbliche e di considerare finalmente la casa non soltanto come una questione immobiliare, ma come un grande tema sociale, economico e produttivo.
Il piano approvato dall’esecutivo si pone obiettivi condivisibili e concreti: aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, recuperare il vasto patrimonio pubblico oggi inutilizzato o degradato, incentivare formule innovative come il rent to buy, sostenere gli affitti calmierati e favorire la realizzazione di nuovi interventi di edilizia sociale. L’obiettivo indicato dal Governo di rendere disponibili, nei prossimi anni, circa 100 mila nuovi alloggi a prezzi sostenibili rappresenta una scelta significativa, soprattutto in una fase in cui l’emergenza abitativa sta diventando una delle principali questioni economiche e sociali del Paese.
Particolarmente importante è anche l’idea di utilizzare il recupero delle abitazioni popolari inutilizzate come leva per rilanciare gli investimenti, l’occupazione e la rigenerazione urbana. È una scelta che richiama, almeno nello spirito, alcune delle migliori intuizioni della grande stagione dell’intervento pubblico del dopoguerra: usare l’edilizia non solo per costruire case, ma anche per sostenere il lavoro, modernizzare le città e rafforzare la coesione sociale.
Da mesi sostengo, attraverso articoli e interventi pubblici, che l’Italia abbia bisogno di una nuova grande politica per la casa, capace di riprendere l’intuizione che nel dopoguerra ebbe Amintore Fanfani con il Piano INA-Casa. Quella stagione dimostrò che il welfare abitativo e la crescita economica possono procedere insieme e che investire nell’edilizia sociale significa, al contempo, creare occupazione, sostenere i redditi, modernizzare le città e rafforzare la coesione del Paese.
Tra il 1949 e il 1963, il Piano INA-Casa contribuì in maniera decisiva al miracolo economico italiano, costruendo milioni di vani e offrendo a centinaia di migliaia di famiglie di lavoratori la possibilità di una vita più stabile e dignitosa. Fu una delle più grandi operazioni di ingegneria sociale ed economica della storia repubblicana. Fanfani aveva compreso una verità che oggi torna di drammatica attualità: quando il costo della casa diventa insostenibile, non si indeboliscono soltanto le famiglie, ma si inceppa l’intero sistema economico e produttivo.
Oggi il problema è evidente soprattutto nelle grandi aree urbane e nel Nord del Paese, dove il differenziale tra stipendi e costo della vita sta provocando una vera e propria crisi del lavoro pubblico. Infermieri, insegnanti, personale amministrativo, forze di polizia e lavoratori degli enti locali abbandonano le città più costose perché il peso degli affitti rende impossibile costruire un progetto di vita dignitoso.
I dati parlano chiaro: in molte città metropolitane i canoni di locazione assorbono quote enormi dei redditi netti. A Milano l’incidenza supera livelli ormai incompatibili con qualunque equilibrio familiare, ma anche Roma, Bologna e Firenze presentano situazioni molto difficili. Per i giovani lavoratori il problema è ancora più grave. Quando oltre il 40% del reddito finisce nell’affitto, tutto il resto – consumi, risparmio, natalità, mobilità professionale – entra inevitabilmente in crisi.
Sono queste le ragioni che ci portano a esprimere un giudizio positivo sull’impostazione del Piano Casa annunciato dal Governo. È importante che finalmente si riconosca l’emergenza abitativa come una priorità nazionale e che si tenti di dare una risposta concreta, soprattutto ai giovani, alle famiglie e ai lavoratori che vivono nelle aree in cui il mercato immobiliare è ormai fuori controllo.
Naturalmente questo deve essere soltanto l’inizio. Adesso occorre dare al piano una visione strategica più ampia, collegandolo direttamente anche al funzionamento della pubblica amministrazione e alla tenuta dei servizi essenziali dello Stato.
Da tempo la Confsal UNSA propone una soluzione molto chiara: destinare una quota significativa degli alloggi realizzati o recuperati ai dipendenti pubblici che si trasferiscono per ragioni di servizio nelle aree ad alto costo della vita, mantenendo naturalmente criteri trasparenti legati all’Isee e alle condizioni familiari. Sarebbe una scelta di buon senso e di grande efficacia sociale.
La questione coinvolge l’intera macchina pubblica: scuola, sanità, sicurezza, enti locali, amministrazioni centrali. Dove vivere costa troppo, lo Stato fatica sempre di più a trovare e mantenere personale. Per questo riteniamo che il Piano Casa possa diventare molto di più di una misura di sostegno abitativo. Può trasformarsi in uno strumento di rilancio economico, di riequilibrio territoriale e di rafforzamento delle amministrazioni pubbliche. In altre parole, può rappresentare il primo tassello di quel grande “Piano Marshall per la pubblica amministrazione” che continuiamo a chiedere.
La storia del Piano INA-Casa insegna che le grandi politiche pubbliche funzionano quando riescono a tenere insieme crescita, lavoro e coesione sociale. Oggi l’Italia ha bisogno esattamente di questo: di una visione capace di utilizzare la leva dell’edilizia non soltanto per costruire abitazioni, ma per rafforzare il tessuto produttivo e sociale del Paese.
Il Governo ha aperto una strada importante. Adesso bisogna avere il coraggio politico di percorrerla fino in fondo.
