PA Magazine

/

Le pensioni degli statali, i tagli agli assegni e la libertà che il lavoratore merita

11 minuti di lettura
iStock

Tutto il lavoro di Isaiah Berlin, uno dei massimi filosofi del Novecento, ruota attorno alla libertà e, se volessimo condensare in una pillola il suo pensiero, diremmo che “la libertà è la possibilità di scegliere tra alternative” o, meglio ancora, che “la libertà esiste solo quando ci sono alternative reali tra cui scegliere”. Ecco perché la vicenda del professore bresciano, Franco Manni, parla a tutti noi. Non è un episodio isolato, né una semplice controversia giuridica.

La vicenda, finita nei giorni scorsi sulle colonne di diversi giornali, nasce nei mesi scorsi a Brescia, dove il professore di liceo Franco Manni ha deciso di opporsi al pensionamento automatico al compimento dei 67 anni, chiedendo di poter continuare a insegnare. Di fronte al diniego dell’amministrazione, il docente ha presentato ricorso al giudice del lavoro, sostenendo che la normativa più recente consente, su base volontaria, di proseguire l’attività fino ai 70 anni. Il tribunale gli ha dato ragione, almeno in prima battuta, stabilendo che l’uscita non può essere automatica e che la richiesta del lavoratore va valutata nel merito. Una decisione che apre una questione più ampia, destinata ad andare ben oltre il singolo caso.

Quanto è accaduto, infatti, è il segnale che qualcosa, nel rapporto tra Stato e lavoratori pubblici, si è incrinato. E chi rappresenta questi lavoratori — come noi di Confsal UNSA — ha il dovere di dirlo con chiarezza.

Noi siamo da sempre favorevoli alla libertà. Libertà vera, però. Non quella proclamata nei comunicati, ma quella che si misura nei fatti. E in materia pensionistica, questa libertà ha un significato molto preciso: il lavoratore deve poter decidere del proprio futuro, della propria vita, del momento in cui continuare a mettere esperienza e competenze al servizio dell’amministrazione, oppure scegliere legittimamente di chiudere la propria stagione professionale.

Se un lavoratore vuole continuare a servire lo Stato oltre i 67 anni, deve poterlo fare. Ma, allo stesso modo, chi ha maturato il diritto alla pensione deve poter uscire senza penalizzazioni, senza pressioni, senza il timore che le regole cambino all’improvviso. Perché la libertà di scelta non esiste davvero se una delle due opzioni viene ostacolata, svalutata o resa economicamente più incerta dell’altra.

Questo è il punto decisivo: la scelta del lavoratore non può essere considerata una concessione dell’amministrazione, ma deve essere riconosciuta come un diritto. Non può dipendere dall’umore del momento, da esigenze di cassa, da interpretazioni mutevoli o da automatismi impersonali. Quando si parla di pensionamento non si decide soltanto una data sul calendario: si incide sulla vita delle persone, sui loro progetti, sulla loro dignità professionale, sul rapporto di fiducia costruito in anni di servizio.

Perché il punto è tutto qui: la fiducia.

Negli ultimi anni, questa fiducia è stata messa a dura prova. Interventi retroattivi, diritti acquisiti ridiscussi, equilibri previdenziali modificati in corsa. Vicende che non possiamo archiviare come semplici aggiustamenti tecnici. Sono ferite aperte nel rapporto tra lavoratori pubblici e istituzioni. E quando oggi si parla di rendere “volontario” il prolungamento dell’attività lavorativa fino a 70 anni, è inevitabile che qualcuno — a ragione — si chieda: quanto durerà questa volontarietà?

La domanda è legittima, perché la libertà non si afferma con le parole, ma con le garanzie. Per essere autentica, la volontarietà deve essere piena, stabile, tutelata. Non deve trasformarsi, domani, in una forma surrettizia di obbligo a restare, magari per compensare le difficoltà del sistema previdenziale o le carenze di organico. E non deve neppure rovesciarsi nel suo contrario, cioè nell’espulsione automatica di chi avrebbe ancora energie, competenze e motivazioni da offrire.

Noi non siamo contrari, in linea di principio, a un allungamento flessibile della vita lavorativa. Sarebbe anacronistico esserlo. Le competenze non scadono con l’età, e in molti casi l’esperienza è un valore che lo Stato non può permettersi di disperdere. Ma attenzione: flessibilità non può diventare una scorciatoia per fare cassa. Non può essere la risposta implicita a un sistema previdenziale in difficoltà o a organici ridotti all’osso.

Perché allora non sarebbe più una scelta. Sarebbe una necessità travestita. E noi sappiamo bene che tra una libertà riconosciuta e una permanenza indotta dal contesto economico o normativo passa tutta la differenza che separa un diritto da una costrizione.

I numeri li conosciamo: un rapporto sempre più fragile tra attivi e pensionati, una spesa previdenziale sotto pressione, amministrazioni pubbliche con carenze strutturali di personale. In questo contesto, la tentazione di spostare in avanti l’uscita dal lavoro è forte. Ma è una soluzione miope, che rinvia il problema senza risolverlo.

Ma c’è anche un altro aspetto, spesso trascurato, che merita attenzione.

Consentire ai lavoratori più esperti di rimanere in servizio — su base realmente volontaria — non è solo una questione individuale o contabile. È anche una leva organizzativa. Nei lunghi anni del blocco delle assunzioni si è determinato un effetto devastante: è stata spezzata la continuità generazionale all’interno delle amministrazioni pubbliche. In molti uffici intere fasce d’età sono semplicemente scomparse.

Questo ha significato una cosa molto concreta: meno trasmissione del sapere, meno affiancamento, meno formazione sul campo. E sappiamo bene che nella pubblica amministrazione le competenze non si apprendono solo sui manuali o nei corsi, ma soprattutto lavorando fianco a fianco con chi ha esperienza.

Ecco perché una flessibilità nella permanenza dei lavoratori più anziani può diventare anche un’opportunità: ricostruire quel ponte tra le generazioni che oggi manca. Non per sostituire i giovani — che, anzi, devono essere assunti e valorizzati — ma per accompagnarli, formarli e trasferire competenze che altrimenti andrebbero perdute.

Il vero errore sarebbe mettere in contrapposizione giovani e anziani. È una falsa alternativa. Il problema non è scegliere tra chi deve restare e chi deve entrare, ma costruire un sistema in cui entrambe le cose possano avvenire in modo equilibrato. E proprio qui torna centrale il tema della libertà: la scelta del lavoratore più anziano di restare non deve chiudere spazi ai giovani, così come l’ingresso dei giovani non deve tradursi nell’allontanamento forzato di chi può ancora dare molto. Una buona amministrazione è quella che governa l’equilibrio, non quella che impone soluzioni uguali per tutti.

Noi diciamo un’altra cosa: rimettiamo al centro la persona.

Il lavoro pubblico non può essere governato solo da automatismi. Non può esistere un’età uguale per tutti, valida per ogni funzione, per ogni storia professionale. Serve un sistema che riconosca le differenze, valorizzi chi può e vuole restare, ma rispetti pienamente chi decide di andare. Serve, in altre parole, un ordinamento che non sostituisca la volontà del lavoratore con quella della burocrazia.

E soprattutto serve una regola: pacta sunt servanda. I patti devono essere rispettati. Senza questa certezza, nessuna riforma reggerà nel tempo. Perché non c’è libertà di scelta dove manca la certezza del diritto. Se il lavoratore teme che le condizioni cambino dopo anni di servizio se non può contare sulla stabilità delle regole, allora la sua decisione non sarà mai davvero libera, ma presa sotto la pressione dell’incertezza.

Come organizzazione sindacale, sentiamo la responsabilità di guardare avanti. Il rinnovo del contratto nazionale deve essere l’occasione non solo per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori, ma per avviare una riflessione seria su un nuovo modello di lavoro pubblico. Un modello che integri generazioni, competenze, percorsi diversi. Un modello che non imponga, ma accompagni. Un modello, soprattutto, che riconosca ai lavoratori pubblici ciò che troppo spesso è stato negato: il diritto di scegliere del proprio lavoro e del proprio tempo con la tutela, la dignità e il rispetto che questa scelta merita.

Il caso di Brescia ci dice che i lavoratori non sono numeri da collocare in uscita secondo una tabella. Sono persone che chiedono rispetto, coerenza e libertà.

E noi, su questo, non faremo passi indietro.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Ultimi articoli da