PA Magazine

Pensioni, si va verso una Quota 41 “selettiva”

7 minuti di lettura
iStock

In pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Ma non per tutti. Settimana decisiva per la messa a punto della riforma previdenziale che il governo sta costruendo per cercare di dare una risposta ai tanti problemi sul tappeto. Nell’incontro con i sindacati in programma per il 19 gennaio l’esecutivo scoprirà le carte su uno dossier più importanti: il meccanismo delle uscite anticipate alternative al ritorno della legge Fornero che prevede il pensionamento a 67 anni di età con 41-42 di contributi.

L’ipotesi

L’idea di massima del governo è quella di mettere in pista una soluzione ibrida. Vale a dire uscita anticipata dal lavoro con 41 anni di contributi ma riservata solo ad alcune categorie di addetti a mansioni gravose. Una soluzione minimal determinata dalla modesta quantità di risorse finanziarie a disposizione e dalla necessità di evitare uno scontro con l’Europa, che vigila sulla riforma previdenziale. La novità, ovviamente, scatterebbe dal 2024 e supererebbe l’attuale sistema transitorio di Quota 103. A questo proposito dovrebbero essere davvero molto pochi gli statali che sfrutteranno questa finestra. Le previsioni del ministero del Lavoro indicano 10 mila uscite. Ma alla prova dei fatti potrebbero essere meno della metà mila. Il meccanismo congegnato dal governo Meloni permette (in deroga alla legge Fornero che indica i 67 anni di età) l’uscita dal lavoro con 41 anni di contributi versati e 62 anni d’età (la somma di questi valori dà appunto “103”) maturati entro il 31 dicembre 2023, facendo riferimento quindi ai nati nel 1960-1961. Ma ci sono alcuni elementi che frenano l’adesione. Quota 103 è uno strumento strutturato sul sistema delle “quote”, come la ormai vecchia Quota 100 (che ha visto uscire meno della metà dei potenziali beneficiari) e per chi sceglie questo prepensionamento il governo ha previsto un tetto massimo per l’assegno pensionistico che non potrà essere superiore a 5 volte il valore dell’assegno minimo. Un limite da rispettare fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia (67 anni con almeno 20 anni di contributi versati). Per chi decide di andare in pensione con questa strada non ci sarà alcuna penalizzazione in merito al criterio di calcolo dell’assegno, ma solo un tetto massimo per il trattamento riconosciuto. In pratica si applicherà il sistema retributivo – assegno calcolato sullo stipendio – sulla anzianità acquisite sino al 31 dicembre 1995 e, poi, il sistema contributivo – assegno calcolato solo sui contributi versati –  dal 1° gennaio 1996.

Sacrifici

Tuttavia, chi decide di entrare in questa finestra, fino a maturazione dei requisiti dell’età per la pensione di vecchiaia non potrà ricevere, come detto, un assegno superiore a 5 volte quello minimo, ossia sopra i 2.850 euro lordi. Quindi, tra i 62 e i 67 anni (età necessaria per la pensione di vecchiaia) chi sceglie Quota 103 dovrà rinunciare a un trattamento superiore a 5 volte l’assegno minimo. Dai 67 anni in poi, invece, riceverà l’assegno che gli spetta secondo la sua specifica situazione contributiva. Occorre a questo proposito ricordare che, attualmente, le pensioni minime ammontano a 525 euro mensili circa, ma che nel 2023, secondo quanto stabilito dalla legge di Bilancio, aumenteranno fino a 574. Per questa ragione, considerando una pensione minima di 574 euro, chi va in pensione prima dei 67 anni di età non potrà ricevere un assegno pensionistico superiore a 2.850 euro. Viceversa, se il parametro è il trattamento minimo del 2022, il tetto sarà a 2.625 euro.Occorre ricordare che, sul versante previdenzia­le, il governo governo Draghi si era già mosso sul fronte dei prepensionament­i, accarezzando in particolare l’idea della soluzione “s­oft”. Vale a dire la messa a punto un me­ccanismo che consenta il prepensionamento a 63 anni calcolan­do l’assegno con il metodo contributivo integrale. Per chi aderisce ci sarebbe un taglio medio del 3 per cento annuo per 4 anni. E poi, allo scoccare dei 67 anni di età, ci sarebbe il ritorno alla pen­sione piena. È “l’ip­otesi Tridico”. E ci­oè una soluzione in due tempi utile a su­perare, in maniera morbida, lo scoglio del ritorno alle legge Fornero, che risch­ia di incagliare mig­liaia di lavoratori creando una disparità rispetto a chi, ne­gli ultimi tre anni è riuscito a raggiun­gere il prepensionam­ento. L’eventualità di erogare la pensione in due tempi, a 63 anni la quota accumulata con il sistema contribu­tivo, e a 67 anni l’­intero ammontare mat­urato a condizione che si sia raggiunta una pensione pari a 1,2 volte l’assegno sociale, costerebbe 2,5 miliardi l’anno fino al 2030. Vale a dire circa la metà di quanto pe­serebbe sulla casse dello Stato (4,8 mil­iardi di euro) la pr­oposta di uscire con 64 anni di età e 35 di contribuzione ma con penalizzazione per ogni anno di dis­tanza dalla metà, e a condizione di aver maturato una pensio­ne di almeno 2,2 vol­te l’assegno sociale. Lontano dall’insid­iare il podio anche l’opzione che prevede l’uscita dal lavoro a 64anni e 35 di contributi ma con ric­alcolo contributivo e con almeno 2,2 vol­te l’assegno sociale: il suo costo è sti­mato intorno a 3,3 miliardi di euro.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Ultimi articoli da