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Pensioni, sempre più vicino il ritorno alla Fornero. Ecco le proposte dei partiti sulla flessibilità in uscita

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Pensioni, cosa fare? Con l’avvio della campagna elettorale il tema della riforma previdenziale è tornato al centro dell’attenzione dell’agenda dei partiti a caccia, soprattutto, di una soluzione al problema dello stop ai 12 mesi transitori di Quota 102. La misura ponte non ha riscosso molto entusiasmo tra i lavoratori ma è un fatto che fra 4 mesi, senza un intervento, si tornerà alla legge Fornero. Prospettiva che agita i sindacati.

I partiti

Tra i più attivi nell’indicare soluzioni si distinguono Lega e Forza Italia, che promettono rispettivamente Quota 41 e pensioni a mille euro garantiti. Gli altri partiti, invece, hanno le loro proposte ma non ne fanno dei cavalli di battaglia. Il voto dei pensionati – e in generale delle fasce di età più alte – è fondamentale in Italia, soprattutto per via dell’età media. E i leader politici lo sanno bene. Inoltre, appunto, c’è lo spettro del ritorno alla legge Fornero dal gennaio del 2023 e la preoccupazione è molta. Il problema è che gli ultimi scivoli previsti, tra cui Quota 102 e Opzione donna, scadono alla fine dell’anno. Cosa vuole fare il centrodestra con le pensioni è indicato nero su bianco nel programma di governo.  Al punto nove, si parla genericamente di “innalzamento delle pensioni minime, sociali e di invalidità” e di “flessibilità in uscita”. Non è un segreto, infatti, che Meloni sia molto più prudente di Salvini e Berlusconi, poiché sa bene che le promesse che in queste ore stanno facendo i due leader costano moltissimo. Quota 41, secondo la Lega, è il modo migliore per evitare il ritorno alla Fornero – che significa pensione a 67 anni – garantendo a chi ha lavorato per quarantuno anni di poter lasciare il proprio impiego. Le posizioni appaiono più prudenti nel  centrosinistra riunito intorno al Pd. In quell’area viene proposta la pensione agevolata per chi svolge mansioni usuranti, rendendo poi strutturali Ape sociale e Opzione donna. Il terreno su cui – più o meno – si stava muovendo il governo Draghi in vista della scadenza della fine dell’anno. La sinistra più marcata però, che fa parte della stessa coalizione, guarda con molto interesse alle proposte della destra. Più generose in termini di pensioni. Il Movimento 5 Stelle, allo stesso modo, propone un ampliamento importante dei lavori considerati usuranti. Idem sulla proroga di Ape sociale e Opzione donna. Inoltre per i giovani viene richiesto il riscatto gratuito della laurea e il riconoscimento dei periodi di tirocinio. Nel Terzo polo non ci si nasconde: l’opzione più probabile è il ritorno alla legge Fornero. Non è necessario introdurre particolari modifiche.

L’ipotesi Tridico

Occorre ricordare che, sul versante previdenzia­le, il governo governo Draghi si era già mosso sul fronte dei prepensionament­i, accarezzando in particolare l’idea della soluzione “s­oft”. Vale a dire la messa a punto un me­ccanismo che consenta il prepensionamento a 63 anni calcolan­do l’assegno con il metodo contributivo integrale. Per chi aderisce ci sarebbe un taglio medio del 3 per cento annuo per 4 anni. E poi, allo scoccare dei 67 anni di età, ci sarebbe il ritorno alla pen­sione piena. È “l’ip­otesi Tridico”. E ci­oè una soluzione in due tempi utile a su­perare, in maniera morbida, lo scoglio del ritorno alle legge Fornero, che risch­ia di incagliare mig­liaia di lavoratori creando una disparità rispetto a chi, ne­gli ultimi tre anni è riuscito a raggiun­gere il prepensionam­ento. L’eventualità di erogare la pensione in due tempi, a 63 anni la quota accumulata con il sistema contribu­tivo, e a 67 anni l’­intero ammontare mat­urato a condizione che si sia raggiunta una pensione pari a 1,2 volte l’assegno sociale, costerebbe 2,5 miliardi l’anno fino al 2030. Vale a dire circa la metà di quanto pe­serebbe sulla casse dello Stato (4,8 mil­iardi di euro) la pr­oposta diuscire con 64 anni di età e 35 di contribuzione ma con penalizzazione per ogni anno di dis­tanza dalla metà, e a condizione di aver maturato una pensio­ne di almeno 2,2 vol­te l’assegno sociale. Lontano dall’insid­iare il podio anche l’opzione che prevede l’uscita dal lavoro a 64anni e 35 di contributi ma con ric­alcolo contributivo e con almeno 2,2 vol­te l’assegno sociale: il suo costo è sti­mato intorno a 3,3 miliardi di euro. In questo quadro, per i sindacati la formula corretta è sempre la stessa da diversi mesi: i lavora cont­ori devono poter sce­gliere di andare in pensione a 62 anni di età e 20 di contri­buti o a 41 anni di contribuzione senza paletti sull’età ana­grafica.

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