In pensione più tardi e senza il riscatto della laurea? Il governo ci ripensa. La stretta pensionistica entrata in manovra con il maxi emendamento dell’esecutivo sarà allentata. Niente penalizzazione del riscatto della laurea per chi ha già convertito gli anni di studio in contributi previdenziali. Si tratta anche sull’allungamento della finestra mobile – il periodo di attesa fra la maturazione dei requisiti per andare in pensione e l’uscita effettiva dal lavoro – pari oggi a tre mesi.
La stretta
La chiusura di ogni via di fuga anticipata verso la pensione rappresenta fin dall’inizio una priorità di questo esecutivo. Con il maxi emendamento del governo alla legge di Bilancio si aggiungono, all’addio a Quota 103 e a Opzione Donna, due norme sulla previdenza – una per la sterilizzazione parziale del riscatto degli anni universitari e l’altra che estende la durata della finestra mobile – al centro ora del dibattito politico. Entrambe le misure hanno un impatto su coloro che intendono lasciare il lavoro prima conteggiando gli anni di contribuzione e non quelli anagrafici. Nel concreto, chi riscatta la laurea dovrà aspettare sei mesi in più nel 2031 (un anno nel 2032 e due anni e mezzo nel 2035) per andare in pensione prima dei 67 anni di età, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Il tempo che intercorre tra il momento in cui si maturano i requisiti per la pensione, oggi di tre mesi, salirà invece gradualmente fino a 6 mesi a regime nel 2035. Ma la stretta, così come è stata impostata nel maxi emendamento, ha suscitato frizioni anche nella maggioranza. La premier Giorgia Meloni è intervenuta promettendo correzioni e tutele per chi ha già riscattato gli anni universitari. Al Mef i tecnici stanno già lavorando per introdurre una salvaguardia a favore di chi ha già convertito gli anni di studio in contributi previdenziali. E, come detto, non è escluso che anche l’allungamento delle finestre mobili venga reso più morbido.
Gli aumenti del 2026
Chi è già in pensione vedrà invece crescere l’importo dell’assegno da gennaio. La percentuale di variazione della perequazione delle pensioni per il 2025 è pari a +1,4% dal 1° gennaio 2026, fatto salvo il conguaglio che verrà fatto in sede di perequazione per l’anno successivo, ha stabilito il decreto del ministero dell’Economia pubblicato sulla Gazzetta ufficiale lo scorso 28 novembre. La percentuale di aumento delle pensioni per l’adeguamento all’inflazione per il 2024 si conferma invece del +0,8 dal 1° gennaio 2025. Con la perequazione delle pensioni fissata all’1,4% gli assegni minimi aumenteranno di 3,12 euro a gennaio. Una pensione di 800 euro netti crescerà di 9 euro mensili dopo la trattenuta fiscale. Una pensione da 1.000 euro netti aumenterà di 11 euro al mese, mentre una pensione di 1.500 euro al mese crescerà al netto delle tasse di 17 euro.
