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Pensioni negate a vedove e orfani. La folle riforma per l’Italia targata Ocse

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Li chiamavano con un soprannome da pop band anni Sessanta: i Chicago Boys. Erano un gruppo di economisti di estrazione monetarista, per lo più allievi di Milton Friedman. Furono loro a ideare la riforma pensionistica cilena del 1981, il più drastico tentativo di superamento del sistema a ripartizione (che in Cile per mantenersi in piedi era arrivato a un prelievo contributivo del 65%) attraverso un nuovo modello a capitalizzazione. Il meccanismo, ideato per il dittatiore Pinochet dai giovani economisti cresciuti nelle università americane, prevedeva un versamento del 10% della retribuzione ad esclusivo carico del lavoratore (il 20% se ci si voleva assicurare anche l’assistenza sanitaria). I soldi sarebbero andati al fondo previdenziale privato scelto dal dipendente, guidato da una società di gestione altrettanto privata che avrebbe avuto il compito di garantire alla fine del percorso una pensione per gli iscritti che avesse un tasso di sostituzione almeno pari al 45% dell’ultima retribuzione.

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Per i conti pubblici il beneficio fu innegabile e anche per molti lavoratori che videro crescere i loro stipendi (passare da una trattenuta del 65% ad una del 10 o del 20% fa una bella differenza). Friedman, glissando sul fatto che la sua ricetta era stata cucinata da cuochi che avevano sì le mani tinte di rosso, ma non per la salsa di pomodoro, parlò di miracolo cileno e ne trasse grande vanto. Ma ora, a ad oltre 40 anni di distanza, si possono finalmente tirare i conti. E non sono così brillanti. Innanzi tutto, fin da subito si capì che l’intervento pubblico non poteva sparire, bisognò istituire anche una sorta di pensione sociale (il 22% del salario medio) per chi non raggiungeva i requisiti minimi e fu necessaria pure un sostegno pubblico integrativo, per rafforzare i fondi che altrimenti non avrebbero garantito la rivalutazione necessaria. E comunque rimase in carico allo stato anche il pagamento degli assegni maturati con il vecchio sistema. Il costo dell’intervento pubblico, insomma, non scese mai sotto il 6% del pil. Tornato alla Democrazia, il Cile ha poi corretto ulteriormente i meccanismi, prevedendo prima un “pilar solidario” e poi una “pension garantizada universal”. Anche qui, però, con risultati non esaltanti, visto che nel 2022 in Cile il 23% dei pensionati risultava ancora al di sotto del livello di povertà e il 72% del totale riceveva in ogni caso un assegno inferiore al salario minimo.

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L’esperienza cilena non andrebbe mai dimenticata quando si parla di pensioni. Un avvertimento che anche all’Ocse dovrebbero tenere bene in mente altrimenti non scriverebbero le cose che si possono leggere nell’ultimo rapporto sull’Italia pubblicato pochi giorni fa. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha base a Parigi, infatti, non si limita solo a ribadire l’invito a spostare la tassazione dal lavoro ai beni immobili (suo refrain da decenni) ma consiglia caldamente l’introduzione di un contributo di solidarietà sugli assegni pensionistici più alti, allo scopo di riequilibrare il sistema e ridurre il deficit contributivo. L’Ocse non arriva a fissare direttamente la soglia dalla quale far partire la nuova tassa, ma fa capire che un’idea precisa ce l’ha, facendo riferimento alla deindicizzazione, che già ora fa da spartiacque tra chi ha diritto a un recupero più ampio dell’inflazione e chi invece, in virtù di una capacità d’acquisto ritenuta superiore, può fare a meno dell’adeguamento dell’assegno. Peccato, però, si tratti di una soglia fissata al ribasso. Oggi, infatti, il recupero integrale dell’inflazione vale solo per le pensioni che non superano di 4 volte quelle minime. In altre parole, l’assicella è stata fissata a poco più di 2.000 euro lordi al mese, che al netto vuol dire si e no di 1.500 euro netti, non proprio una pensione d’oro.


Per l’Ocse, quindi, sopra questa soglia non solo non si deve recuperare l’inflazione, ma si dovrebbe pure pagare un contributo di solidarietà. E c’è di più, l’organismo parigino, che fa sembrare i Chicago Boys dei compassionevoli assistenzialisti, vorrebbe anche modificare il meccanismo della reversibilità, e non su base proporzionale al reddito, ma erga omnes. L’assegno ai coniugi superstiti, infatti, secondo l’Ocse, dovrebbe essere pagato loro solo dopo il superamento dei 67 anni d’età. Poco importa se le vedove (o i vedovi) abbiano o no un proprio reddito, e nemmeno se abbiano o no figli a carico (che in questo caso sarebbe più corretto definire orfani). Secondo l’Ocse, dunque, se ad una famiglia viene a mancare (magari per un incidente sul lavoro) l’unica fonte di sostentamento, fatti loro! Altro che welfare, questo è darwinismo sociale puro. Come nell’Inghilterra di Charles Dickens, prima che nascessero le trade unions. Però ora i sindacati ci sono. O meglio, ci siamo e diciamo chiaramente che non siamo nel Cile di quaranta anni fa, né tantomeno a Manchester nel secolo diciannovesimo. Giù le mani dalle nostre pensioni!

Ps. Per essere meglio compreso anche da chi scrive questi consigli da Parigi, traduco: ne touchez pas à nos retraites!

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