Le cose da fare sono moltissime. Peccato che, come ha fatto osservare il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, “non c’è alcuna riforma o misura previdenziale che tiene nel medio e lungo periodo con i numeri che ha oggi l’Italia sulla natalità”. Tradotto: nascono pochi bambini, il Paese invecchia e ci sono pochi margini per riformare le pensioni. Il problema è molto serio: scaduta a fine anno Quota 103 (62 anni più 41 di contribuzione), con la legge Fornero, dal 2024, si tornerebbe ad andare in pensione con 67 anni e almeno 20 di contributi, oppure con 42 anni e 10 mesi di contributi a prescindere dall’età. La soluzione individuata dalla maggioranza che sostiene il governo sarebbe potuta essere Quota 41 (uscita a partire da 62 anni oppure con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica). Ma la misura, che era stata presa in considerazione soprattutto dalla Lega, è sparita dal Documento di economia e finanza: troppo onerosa, visto che secondo i calcoli dell’Inps costerebbe circa 4 miliardi di euro il primo anno e 75 miliardi di euro in dieci anni. Dunque non è facile trovare una via di uscita, tanto che una delle ipotesi più realistica potrebbe essere quella della riconferma, almeno per un anno di ‘Quota 103’, introdotta dal precedente esecutivo e più sostenibile da un punto di vista delle risorse.
Opzione Donna
Tra i dossier caldi c’è anche il destino di Opzione Donna, grazie alla quale alcune categorie di lavoratrici hanno la facoltà di ritirarsi con 60 anni di età e almeno 35 anni di contributi. Anche questa norma scade alla fine del 2023. Potrebbe essere riproposta e, forse, anche potenziata. Al tavolo con il ministro del Lavoro, Maria Elvira Calderone, prima della pausa estiva, le organizzazioni sindacali hanno chiesto maggiore impegno al governo, concordando con il ministro le priorità. Tra queste, la flessibilità in uscita, un allargamento della platea relativa all’Ape sociale, un consolidamento della previdenza complementare con un nuovo semestre di silenzio assenso, la deducibilità delle misure di welfare, una pensione contributiva per giovani e donne e uno strumento unico per gli esodi incentivati. La dura realtà è che mancano le risorse per fare le riforme. Tanto più che la spesa previdenziale è attesa in aumento. Secondo un’indagine del Centro studi di Unimpresa, nei prossimi quattro anni la spesa per le pensioni è destinata a crescere di quasi 65 miliardi di euro, in aumento del 22% rispetto al 2022. Il costo totale degli assegni si attesterà a 318 miliardi nel 2023, in crescita di 21 miliardi (+7%) sullo scorso anno. Il saldo – si osserva – salirà quindi nei tre anni successivi, rispettivamente di 22 miliardi, 10 miliardi e 11 miliardi, per arrivare a quota 362 miliardi a fine 2026.
Pensioni minime
In questo contesto tutto appare incerto. In primavera, ad esempio, il parlamento ha votato (a larga maggioranza trasversale) una mozione che impegna il governo a portare le pensioni minime da 600 a quota mille euro entro la fine della legislatura, fissata per il 2027. Si tratta di un vecchio pallino di Silvio Berlusconi che Forza Italia, intende assolutamente condurre in porto. Però ci vogliono circa 20 miliardi per centrare l’obiettivo. Troppi soldi, al momento. Per questa ragione, la maggioranza sta lavorando a un piano a tappe che prevede un primo segnale nel 2024. Vale a dire un ritocco verso l’alto, da 600 a 700 euro, riservato ai soli pensionati al minimo che hanno superato i 75 anni. Una mossa che costerebbe poco meno di 400 milioni. Insomma, si procede per gradi. “Penso – ha detto due giorni fa la ministra Calderone – che ci siano gli strumenti per fare una riflessione che non sarà definitiva ed esaustiva e che dovrà tenere conto delle disponibilità ma nell’ottica di un percorso che è iniziato e arriverà a compimento in legislatura”.
