C’è una generazione di lavoratrici e lavoratori che ha fatto tutto ciò che lo Stato ha chiesto: ha lavorato per quarant’anni, ha versato contributi regolarmente, ha garantito servizi essenziali alla collettività. Eppure, oggi, mentre si avvicina alla pensione, ha rischiato di ritrovarsi a pagare ancora una volta il prezzo degli equilibri di bilancio. Le novità spuntate e poi ritirate della nuova Legge di Bilancio, infatti, vanno tutte nella stessa direzione: posticipare, rallentare, scoraggiare l’uscita dal lavoro. Finestre più lunghe per la pensione anticipata, requisiti sempre più rigidi, strumenti di flessibilità ridotti al minimo. Un messaggio chiaro: lavorare di più, più a lungo, con meno certezze.
Eppure per chi è a pochi anni dalla pensione, ogni cambiamento non è una riforma astratta ma un colpo diretto alla vita reale. Significa restare al lavoro quando le energie non sono più quelle di un tempo, significa rimandare progetti familiari, cure, assistenza ai genitori anziani o ai nipoti. Significa, spesso, lavorare non perché si può, ma perché non si ha alternativa. E mentre si chiede ai lavoratori di “resistere ancora”, si continua a ignorare una verità evidente: non tutti i lavori sono uguali, non tutte le carriere sono sostenibili fino a età sempre più avanzate. E questo vale in generale per ogni settore, ma se questa situazione è grave per tutti, lo è ancora di più per i lavoratori del pubblico impiego. Qui la penalizzazione è doppia.
Da un lato, anche i dipendenti pubblici avrebbero subito l’innalzamento dei requisiti e l’allungamento delle finestre di uscita. Dall’altro, una volta raggiunta la pensione, devono aspettare anni per ricevere il TFS (Trattamento di Fine Servizio), una somma che non è un regalo, ma salario differito, maturato mese dopo mese. Attendere due, tre, a volte quattro o cinque anni per ricevere ciò che spetta di diritto è una vera anomalia democratica, uno sfregio dei diritti costituzionali, a cominciare da quello principale, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Un lavoratore del privato riceve il TFR in tempi rapidi; un lavoratore pubblico, no. Non per una scelta personale, ma per una regola imposta dallo Stato-datore di lavoro.
Il risultato è paradossale: lo Stato chiede di lavorare più a lungo, ma quando finalmente si va in pensione non garantisce neppure l’accesso immediato alle proprie risorse. Nel frattempo, molti pensionati sono costretti a chiedere prestiti bancari per anticipare il TFS, pagando interessi su soldi che sono già loro. È difficile non vedere in tutto questo una profonda ingiustizia sociale, che colpisce proprio chi ha garantito il funzionamento della sanità, della scuola, della sicurezza, degli enti locali. Certo, viste le proteste, il governo ha deciso nel corso dell’iter parlamentare, di modificare le penalizzazioni. Ma è già successo in passato e potrebbe succedere ancora. Il punto politico e sociale resta: la prima risposta, ogni volta, è colpire chi è più vicino alla pensione, con tanti saluti alle promesse di rivedere la Legge Fornero, che se viene modificata è sempre in peggio.
Noi di Confsal-UNSA, su questo punto, siamo chiarissimi: non si può continuare a fare cassa sui lavoratori anziani, soprattutto quelli pubblici. Già con la legge finanziaria dello scorso anno i lavoratori del settore pubblico hanno pagato un prezzo molto caro, per effetto della modifica del meccanismo di calcolo per alcune uscite anticipate, in particolare per i dipendenti pubblici iscritti alle “gestioni ex INPDAP”, cioè quei fondi pensione specifici del pubblico impiego che non coincidono con il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD) del settore privato. Ad essere penalizzati sono stati soprattutto i dipendenti di Comuni, Province, Regioni, già iscritti alla gestione CPDEL (Cassa Pensioni Dipendenti Enti Locali), ma anche infermieri, tecnici sanitari, personale amministrativo del Servizio Sanitario Nazionale, che avevano aderito alla CPS (Cassa Pensioni Sanitarie), e poi gli insegnanti e altro personale non statale di Scuole dell’infanzia e asili nido comunali che erano stati iscritti alla CPI (Cassa Pensioni Insegnanti) ed infine gli ufficiali giudiziari già aderenti alla CPUG (Cassa Pensioni Ufficiali Giudiziari). Per molti di loro si è trattato di un taglio non marginale: decine o centinaia di euro al mese in meno, per effetto di una norma che pur non essendo formalmente retroattiva, ha cambiato le regole quando i lavoratori avevano già costruito il proprio percorso previdenziale, spesso prendendo decisioni sulla base di norme precedenti.
Chi era a pochi mesi o anni dalla pensione si è trovato improvvisamente davanti a un bivio: restare al lavoro più a lungo o accettare una pensione più bassa.
Il risultato complessivo della finanziaria dello scorso anno non è stato, quindi, solo economico, ma anche culturale e sociale. Ai lavoratori pubblici è stato inviato un messaggio chiaro: le regole possono cambiare anche quando sei arrivato alla fine del percorso. Un messaggio che mina la fiducia nello Stato-datore di lavoro e alimenta un senso di precarietà persino nella fase che dovrebbe essere la più stabile e prevedibile della vita lavorativa. E quest’anno si è continuato su questa strada. Le misure contenute nella nuova Legge di Bilancio non arrivano, infatti, nel vuoto, ma si inseriscono in una continuità politica che vede, anno dopo anno, i lavoratori pubblici come un bacino “facile” da cui ricavare risparmi immediati.
Ed è proprio questo il punto più critico: non è un errore isolato, ma una linea di intervento che si ripete, colpendo sempre chi è più vicino alla pensione e ha meno possibilità di difendersi. Serve invece una politica previdenziale che metta al centro la dignità. Serve flessibilità in uscita. Serve, soprattutto, il pagamento immediato del TFS ai dipendenti pubblici, senza ulteriori rinvii e senza scorciatoie bancarie.
Perché la pensione non è un privilegio. È un diritto. E uno Stato che ritarda, rinvia o ridimensiona quel diritto tradisce chi ha contribuito a tenerlo in piedi per decenni.
