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Opzione donna, penalizzate le lavoratrici della Pa

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Opzione donna, allarme esodate. L’ultima legge di Bilancio ha prorogato il meccanismo che consente la pensione anticipata anche per il 2023. Ma, per ragioni finanziarie, ha operato un energetico giro di vite vincolandola, oltre che ai requisiti anagrafici e contributivi, anche ad una “condizione soggettiva”, che la lavoratrice deve avere alla data della domanda (così come accade per Ape sociale e per i precoci). In pratica non c’è più un accesso libero. Un elemento, questo, che sta mettendo molte lavoratrici in difficoltà. Secondo alcuni calcoli, infatti, sarebbero ben 20 mila (5 mila nel pubblico impiego) le donne che, con il cambiamento dei requisiti, non potranno andare a riposo anticipato. Una sorta di trappola.

La riforma

Per questa ragione, nei prossimi incontri con la parti sociali sul dossier previdenziale il governo presenterà una proposta utile per superare questo problema. Occorre ricordare che la lavoratrice che intende usufruire della pensione anticipata con Opzione Donna deve ritrovarsi in uno dei seguenti profili di tutela: deve essere disoccupata, in particolare deve risultare licenziata o dipendente da imprese per le quali è attivo un tavolo di confronto per la gestione della crisi aziendale presso la struttura per la crisi d’impresa;
deve assistere persone con handicap in situazione di gravità ovvero un parente o un affine di secondo grado convivente qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 70 anni d’età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti; deve soffrire di una riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, superiore o uguale al 74%. Tra l’altro, per il 2023, sono stati rimodulati anche i requisiti anagrafici: occorre avere 60 anni (sia per le dipendenti che le autonome) con 35 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 2022
in presenza di un figlio il requisito anagrafico scende di un anno (59 anni), di due anni in presenza di due figli (58 anni); per le sole lavoratrici licenziate o dipendenti da imprese in crisi i requisiti sono 58 anni e 35 anni di contributi entro il 31 dicembre 2022. Si prescinde dal numero di figli. Ebbene, il governo potrebbe nuovamente modificare questi requisiti rendendoli meno stringenti e liberando la platea di 20 mila esodate da questo incubo.

Giovani

Tra gli altri problemi da risolvere c’è quello della possibile messa a punto di una pensione di garanzia per i giovani. Il governo cerca 5 miliardi di euro per mettere a punto un sistema stabile che, fra alcuni anni, possa garantire un trattamento minimo per i giovani con carriere lavorative discontinue. È un dato di fatto che, dati alla mano, i nati dopo il 1970 si preparano ad incassare assegni pensionistici del 25 per cento inferiori rispetto ai loro padri. E questo per il combinato disposto di salari più bassi, impieghi più incerti e introduzione, dal 1996, del sistema contributivo integrale che, di fatto, riduce le spettanze previdenziali. Questo spettro è prossimo. Fra 12 anni, infatti, si andrà in pensione incassando solo i contributi versati e rivalutati. Si parla del 2035 per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996.

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