La prossima legge di Bilancio potrebbe sancire l’addio definitivo al sistema delle Quote per uscire prima dal lavoro. L’obiettivo dell’esecutivo è di allungare la vita lavorativa delle persone, non certo di accorciarla. Vanno in questa direzione le misure messe in pista finora, come il bonus Giorgetti (in pagamento per la prima volta ai privati con la busta paga di questo mese) o il trattenimento in servizio fino a 70 anni dei dipendenti pubblici che occupano posizioni strategiche. Inoltre, non si tratterebbe di un addio poi così doloroso. La nuova versione di Quota 103, più penalizzante delle precedenti, ha totalizzato nel 2024 poco meno di mille uscite. E nel 2025 le cose, fin qui, non sono andate meglio. Secondo il monitoraggio Inps dei flussi di pensionamento, tra gennaio e giugno le pensioni liquidate con anticipo rispetto all’età di vecchiaia sono state 98.356, contro le 118.550 del primo semestre dell’anno scorso.
I numeri
Dal nuovo rendiconto sociale dell’Inps è emerso che le pensioni liquidate con Quota 103 sono passate da 23.249 a 1.154 nel 2024. Risultato: le uscite flessibili dal lavoro si sono dimezzate nel 2024 rispetto all’anno precedente, scendendo da 69.315 a 36.983. Le le uscite con Opzione donna sono calate da 12.763 nel 2023 a 4.794 nel 2024. Quelle con l’Ape sociale sono state l’anno scorso 17.742, contro le 19.529 del 2023. I pensionamenti dei precoci nel periodo sono stati 11.044. I lavoratori andati in pensione con la misura prevista per gli usuranti sono stati 2.249. Nel 2021 le uscite flessibili nel complesso erano state invece 161.192. La sola Quota 100 ne aveva totalizzate più di 112mila. La musica, insomma, è cambiata. La stretta introdotta dal governo Meloni sta producendo gli effetti desiderati. Oggi con Quota 103 l’intera pensione viene calcolata con il metodo di calcolo contributivo, quindi anche per la parte di anzianità accumulata in regime retributivo. Fissato un limite all’assegno che non può risultare superiore a 4 volte il trattamento minimo Inps (circa 2.400 euro lordi al mese) fino al compimento dei 67 anni di età.
L’andamento
La crescita del rapporto tra la spesa per pensioni e il Pil continuerà ad aumentare fino a raggiungere il 17,1 per cento nel 2040. Determinante l’incremento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati indotto dalla transizione demografica dovuto all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom, solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’effetto del contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. Dal 2044 in poi, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil è previsto in diminuzione. Le stime lo danno al 15,9 per cento nel 2050 e al 14 per cento nel 2070.
