Sono passati dieci anni dal lancio del Programma di razionalizzazione delle partecipate locali, proposto dal governo Renzi nel 2014 per esigenze di spending review. Il programma doveva abbattere il numero delle partecipate da 8000 a 1000 in tre anni. Ma tra il 2012 e il 2022 il numero di partecipate locali è diminuito solo del 2%. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica di Milano, il numero di partecipate locali nel 2022 era ancora elevatissimo: quasi 7600. Alcune sono inattive da 15 anni. Una quota significativa ha più amministratori che addetti e più di una su 4 è in perdita. I “carrozzoni” resistono soprattutto al Nord.
La storia
Il termine partecipate include sia le società come srl e spa, sia altri enti non societari come consorzi e fondazioni. Sono incluse anche le partecipate inattive, ossia quelle in liquidazione o sottoposte a procedure concorsuali o comunque senza atti di gestione. Il numero di partecipazioni è comunque più alto del numero di partecipate, poiché quote diverse di una stessa partecipata possono essere detenute da vari enti pubblici. Le partecipate di un ente locale possono essere dirette, quando la partecipazione è detenuta dell’ente stesso, o indirette, se la quota è detenuta da una partecipata direttamente o indirettamente. La strategia del Programma di razionalizzazione avviato nel 2014 ruotava attorno a quattro cardini: limitare il perimetro di attività delle partecipate; stabilire vincoli più stringenti rispetto al tipo di partecipazioni e alla redditività delle società partecipate; promuoverne la trasparenza; aumentarne l’efficienza. Il programma in questione venne attuato parzialmente, con l’approvazione della riforma Madia. Le proposte del piano furono solo in parte recepite nel Testo Unico del 2016.
Il flop
La cancellazione delle società partecipate inattive dal registro delle imprese ha avuto, come detto, effetti trascurabili. Così afferma l’osservatorio della Cattolica. «Nel 2022 – evidenzia l’osservatorio – rimanevano ancora oltre 1.200 partecipate locali non attive, lo stesso numero del 2012, la maggior parte delle quali in liquidazione o soggette a procedure concorsuali. Più di una su tre aveva cessato l’attività prima del 2016. Un centinaio di imprese è inattivo da oltre quindici anni». Eppure, oltre la metà delle partecipazioni prese in esame risultano non conformi alle norme del Testo Unico del 2016, che recepivano le proposte del Programma di razionalizzazione del governo Renzi, e dovevano essere perciò dismesse. Alienazioni e recessi hanno riguardato circa 1.600 partecipazioni in oltre 500 partecipate: le dismissioni hanno prodotto un gettito per le finanze pubbliche di 431 milioni di euro, una cifra decisamente contenuta rispetto alle previsioni iniziali.
Istat
I numeri contenuti nell’ultimo rapporto Istat si discostano però da quelli dell’Osservatorio sui conti pubblici. Nel 2022, ha rilevato l’Istat ad aprile, è aumentato il numero delle imprese a partecipazione pubblica attive nei settori dell’industria e dei servizi (+1,5%), mentre sono calate del 4,7% le imprese partecipate da almeno un’amministrazione pubblica regionale o locale. L’analisi dell’Istat non include tuttavia alcune centinaia di partecipate di alcuni settori, come la difesa, e non comprende le partecipate inattive. «Proseguire con la riduzione del numero di partecipate è fondamentale per ridurre ancora le perdite a carico del contribuente e aumentare in generale l’efficienza e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche e dell’economia», afferma l’osservatorio della cattolica di Milano. Che aggiunge: «Ci sono ancora troppe “scatole vuote” o partecipate stabilmente in perdita». Tra le imprese che hanno presentato il bilancio nel 2022, quasi la metà aveva un fatturato inferiore al milione di euro, più di una su quattro aveva un numero di amministratori superiore al numero di addetti e il 25% registrava una perdita di esercizio.
