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Dipendenti pubblici, pioggia di rimborsi per le ferie non godute

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Per oltre un decennio è stato l’argomento d’acciaio utilizzato dalla Pa per respingere qualsiasi richiesta di rimborso dei dipendenti: l’articolo 5, comma 8, del decreto-legge 95 del 2012. Una norma nata nel pieno della stagione della spending review, con un obiettivo chiaro: vietare categoricamente la monetizzazione delle ferie non godute nel pubblico impiego per blindare i bilanci dello Stato. Oggi, però, quel muro difensivo costruito in nome del risparmio pubblico sta crollando. La giurisprudenza europea e i numeri macroscopici del contenzioso nazionale, che vedono la Pubblica Amministrazione soccombere ormai quasi sistematicamente di fronte ai ricorsi dei propri lavoratori, lo confermano.

I numeri del boom: oltre 1.600 sentenze favorevoli nel 2026

Nel solo 2026, secondo i dati raccolti dal team legale di Consulcesi & Partners (C&P), si contano già oltre 1.600 sentenze a favore dei lavoratori pubblici, con una percentuale di accoglimento che sfora il 98%. Le liquidazioni complessive già effettuate da amministrazioni e ospedali hanno raggiunto i 10 milioni di euro. Gli importi più elevati si continuano a registrare nel comparto sanitario, dove i rimborsi per singolo ricorso superano spesso i 50-60mila euro. Senza considerare il fatto che la stragrande maggioranza dei contenziosi, proprio per effetto del nuovo orientamento della giurisprudenza, si risolve attraverso le transazioni con liquidazioni sempre più rapide.

L’onere della prova: ecco cosa ha stabilito la Cassazione

Quando un medico, un infermiere, un insegnante o un qualsiasi dipendente pubblico cessa il servizio per pensionamento, dimissioni o mobilità, e chiede il conto delle ferie accumulate e mai utilizzate per garantire la continuità dei servizi, la risposta dell’ente è quasi sempre la stessa e arriva su un modulo prestampato, standardizzato: «Richiesta respinta per i divieti della spending review». Ma le giornate di riposo sacrificate per carenza strutturale di organico non possono essere cancellate con un semplice modulo di carta. Le amministrazioni rigettano le domande sostenendo che il dipendente non ha un diniego formale firmato dal proprio responsabile. Ma la giurisprudenza ha chiarito che spetta invece al datore di lavoro dimostrare di aver invitato formalmente il dipendente a usufruire del periodo di ferie e di averlo messo nelle condizioni organizzative reali per poterlo fare. È stata la Cassazione a prevedere il totale ribaltamento dell’onere della prova. In particolare, l’ordinanza n. 5694. del 12 marzo 2026 della Suprema Corte ha fatto chiarezza in materia.

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