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Turnover, nella Pa il 16% dei neoassunti arriva dal privato

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Il lavoro pubblico torna attrattivo. Ma non è il “posto fisso” a catturare l’interesse dei giovani laureati. Le innovazioni in materia di organizzazione del lavoro, forse ancor di più delle dinamiche retributive, che in questi ultimi anni hanno beneficiato dei numerosi rinnovi contrattuali, hanno contribuito a rendere il lavoro nel pubblico una valida alternativa rispetto al lavoro nel privato. La regolamentazione dello smrat working e l’introduzione della settimana corta hanno migliorato la conciliazione tra vita professionale e vita privata. Anche l’equiparazione del periodo di ferie dei neoassunti con quello del personale anziano, prevista dall’ultimo contratto delle Funzioni centrali (2025-27), va in questa direzione. Dal rapporto di Randstad Research “Pa-rtire dal futuro, la trasformazione della Pubblica Amministrazione italiana”, presentato a Forum Pa, emerge che nella Pa la quota di giovani laureati tra i neoassunti è salita al 47,7%. E ancora. Cresce la quota di chi arriva dal privato (oggi al 16,6%) e di chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro (23%). Ma l’età media resta alta: il 66,5% dei lavoratori della Pa ha più di 45 anni e nel prossimo decennio una quota significativa della forza lavoro lascerà il servizio per limiti di età. Ora la sfida è gestire il passaggio di testimone tra pensionati e nuovi assunti, tutelando il know-how costruito negli anni.

L’indagine

La Pubblica amministrazione italiana si trova in una fase di passaggio epocale. Dopo anni di contrazione del personale, a partire dal 2023 ha definitivamente superato gli effetti del blocco del turnover, tornando a un saldo occupazionale positivo (+12.707 unità), trainato dalle assunzioni di donne. Secondo il rapporto di Randstad Research, la Pa italiana sta abbattendo i confini che storicamente la separavano dal privato: oggi offre percorsi di carriera speculari e attrae professioni che prima le erano estranee. Ma l’amministrazione è anche molto più “mobile” del passato e ha di fronte la sfida di trattenere i talenti: il tasso di turnover è raddoppiato in dieci anni, come la probabilità di abbandonare un contratto a tempo indeterminato entro tre anni, segno di un’occupazione giovane e qualificata che si sposta facilmente verso posizioni più favorevoli.

L’impatto dell’IA

Una parte crescente delle professioni pubbliche è esposta all’impatto dell’IA. Per i vertici e le professioni specialistiche significa soprattutto un lavoro potenziato dalla tecnologia, mentre per un numero significativo di amministrativi e tecnici cresce il tasso di vulnerabilità alla sostituzione delle attività. Analizzando la forza lavoro della Pa secondo l’indice di esposizione all’automazione di Osborne e Frey (che misura la sostituzione sui processi routinari) e quello all’IA di Felten, Raj e Seamans (che misura l’esposizione su mansioni cognitive non routinarie), emerge che per 92mila lavoratori pubblici l’IA non avrà alcun effetto, per 270mila sarà uno strumento di potenziamento di capacità analitiche e decisionali, mentre per 290mila è previsto un effetto ambivalente tra supporto e sostituzione. Per 82mila persone, infine, c’è un alto rischio di sostituzione delle attività.

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