Sono stato troppo facile profeta quando lo scorso 3 novembre lanciai, su queste stesse colonne, l’allarme per l’ennesimo taglio degli organici nel Pubblico impego. Non bastavano anni, anzi decenni, di blocco del turnover, con la misura introdotta della scorsa legge di bilancio, dissi subito, si stava per fare un salto di qualità nella lenta distruzione della capacità operativa dello stato. Come Cassandra fui preveggente, ma sostanzialmente inascoltato. In quell’articolo ricordai che il blocco del turno over, introdotto per primo da Mario Monti nel 2013, aveva già fatto bei disastri, ma nessuno si era mai sognato di ridurre le piante organiche, obiettivo che, invece, veniva surrettiziamente realizzato con la scorsa legge di bilancio. “La norma”, scrissi, “dice che nel 2025 il turn-over verrà limitato al 75%, ossia per ogni 4 uscite si provvederà solo a 3 assunzioni. Il ritorno al 100% del turn-over è previsto per il 2026 ma da nessuna parte è scritto che da quella data in poi si procederà anche recuperare i posti lasciati scoperti l’anno precedente, lecito, quindi, pensare che si tratti di un taglio netto degli organici, che come già detto, sono già ampiamente scoperti”.
Ebbene, secondo quanto filtra da ambienti della maggioranza, non solo quei posti come previsto non verranno recuperati, ma anche la nuova manovra continuerà a tagliare gli organici in nome di una presunta razionalizzazione della spesa. Il piano, in sostanza, prevederebbe una riduzione graduale del personale dal 5 all’8% entro il 2027, da attuare tramite pensionamenti anticipati, blocchi parziali del turnover e riduzione dei contratti a tempo determinato.
Peccato che il piano arrivi in un momento in cui molte amministrazioni sono già cronicamente sottodimensionate. In decine di enti pubblici, soprattutto a livello locale, la carenza di organico supera il 30%. In alcuni casi, come in piccoli comuni o tribunali periferici, il personale in servizio è meno della metà di quello previsto dalle piante organiche. La situazione è il risultato di anni di blocchi del turnover, concorsi a rilento e scarsa attrattività del pubblico impiego.
Quanto alla scuola sarebbe formalmente esclusa dai tagli, ma solo perché questi erano stati previsti dalla vecchia manovra a far carico dell’anno scolastico 2025-2026, e la sforbiciata riguarda 2.174 posti nell’organico del personale ATA (Amministrativo, Tecnico e Ausiliario). Il sistema scolastico italiano, del resto, già oggi soffre di una carenza di personale docente e ATA, con oltre 200.000 posti coperti annualmente da supplenze e la cronica mancanza di stabilizzazione, soprattutto al Sud e nelle aree interne, ostacola la continuità didattica e aggrava le disuguaglianze territoriali. Non parliamo poi della sanità, sotto pressione da anni: mancano medici, infermieri e operatori sociosanitari. Secondo la Corte dei Conti, il fabbisogno di personale sanitario è stato sistematicamente sottovalutato, e nel 2025 si stima un deficit di circa 30.000 unità, soprattutto nelle strutture ospedaliere e nei servizi territoriali. Le Regioni faticano a reclutare e trattenere personale, in particolar modo al Nord, dove l’esodo verso la sanità privata si sta facendo massiccio e non sono pochi gli operatori che si trasferiscono addirittura all’estero.
La situazione nei comuni, in particolare quelli medio-piccoli, è al limite del collasso. Servizi fondamentali (anagrafe, tributi, urbanistica) vengono gestiti con personale ridotto ai minimi storici, con il risultato che non solo viene pesantemente compromessa l’efficienza della macchina complessiva dell’amministrazione, ma i riflessi pesano anche sulla capacità progettuale degli uffici, aggravando le difficoltà già registrate in passato nella partecipazione ai bandi nazionali ed europei e nel caso delle assegnazioni ottenute, nella gestione dei progetti, compresi quelli legati al PNRR. Problemi che si aggravano, inoltre, per la difficoltà di attrarre tecnici qualificati con le attuali retribuzioni fuori dagli standard di mercato. Quanto alla giustizia, nonostante gli oltre due miliardi di euro assegnati grazie al Pnrr e quasi totalmente assorbiti dagli Uffici del processo (un flop clamoroso, che noi di Confsal-Unsa avevamo largamente previsto) gli obiettivi di smaltimento dell’arretrato difficilmente saranno raggiunti entro la data prevista del giugno 2026, mentre la carenza di personale amministrativo e tecnico nei tribunali e nelle procure continua ad essere imbarazzante. Secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, mancano almeno 10.000 addetti tra cancellieri, ufficiali giudiziari e informatici e il grande salto in avanti che si sarebbe dovuto fare con il processo digitale rimane per lo più una chimera, dato che le nuove strumentazioni tecnologiche restano sottoutilizzate per mancanza di figure competenti.
Questa, insomma, è la situazione. Sarebbe ora, quindi, di prenderne atto e capire che continuare sulla strada dei tagli lineari è un vero e proprio suicidio. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Tagliare una quota percentuale degli organici è, appunto, semplice ma stupido. Razionalizzare la spesa può anche essere una strada, ma prima di farlo bisogna avere un’idea di che cosa abbiamo realmente bisogno, serve un progetto complessivo, che magari può anche costare di meno del sistema attuale. Più che un taglio lineare ci serve una mappatura dettagliata dei carichi di lavoro e delle competenze per individuare dove serve rafforzare e dove si può razionalizzare. E in un quadro del genere è evidente che la transizione digitale possa portare efficienze reali, ma soltanto se accompagnata da una formazione adeguata del personale e da una necessaria semplificazione normativa.
Come ho già detto in precedenza (l’ultima volta non più tardi di una settimana fa) attraverso incentivi economici e logistici e un efficace sistema di mobilità, una volta definito il quadro generale si potrebbe lavorare a un riequilibrio tra gli organici delle aree in sofferenza e quelle in surplus. All’interno di un quadro complessivo di riforma, poi, una parte importante potrebbe essere svolta dalla semplificazione e velocizzazione delle procedure concorsuali, soprattutto per profili tecnici e digitali, con l’obiettivo di arrivare prima possibile a un vasto ricambio generazionale. E in quest’ottica un ruolo potrebbero giocarlo anche nuovi sistemi premianti legati alla performance. Come si vede di cose da fare, se si vuole davvero razionalizzare la spesa, ce ne sarebbero tante, ma serve un progetto che faccia da collante. A tagliare solo per risparmiare budget, senza avere un’idea complessiva, si finisce come lo stolto del detto popolare, che recide il ramo su cui è seduto.
