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Manovra: non assaltate la diligenza che trasporta i diritti dei lavoratori pubblici

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«C’è un limite oltre il quale la sopportazione cessa di essere una virtù», scriveva Edmund Burke, pensatore e uomo politico inglese del Settecento. È un ammonimento del quale governo e Parlamento farebbero bene a ricordarsi mentre si avvicina la prossima Legge di Bilancio. I dipendenti pubblici hanno sopportato molto e per troppo tempo: contratti in ritardo, organici insufficienti, perdita del potere d’acquisto, discriminazioni fiscali e il rinvio della propria liquidazione per mesi, talvolta per anni. Ma la responsabilità non può essere scambiata per rassegnazione né la pazienza può diventare il pretesto per rinviare diritti ormai incontestabili.
Un anno fa avevamo accolto con prudenza le anticipazioni della manovra, invitando ad attendere la conclusione del percorso parlamentare. Quel percorso si è concluso: la legge è stata scritta, discussa e approvata. Oggi possiamo giudicarla in base a ciò che ha effettivamente stabilito. E il bilancio è meno positivo di quanto gli annunci iniziali lasciassero sperare.

Sul trattamento di fine servizio è stato effettuato un intervento assai più limitato rispetto alle aspettative. A partire dal 2027, per alcune categorie di lavoratori collocati a riposo (non per tutti), il termine iniziale per la liquidazione sarà ridotto da 12 a 9 mesi. Un passo avanti, certo, ma nove mesi non sono tre. A quel periodo possono aggiungersi ulteriori tempi di pagamento e resta la rateizzazione per gli importi più elevati.Soprattutto, la riduzione non riguarda tutti i pensionamenti e non realizza la riforma organica che Confsal-UNSA chiede da anni. Non è stato previsto il pagamento, entro tre mesi, almeno dei primi 50 mila euro. Non sono state eliminate le differenze legate alla modalità di accesso alla pensione. Non è stato definito un percorso certo per superare definitivamente il differimento e rateizzazione. Ridurre l’attesa di qualche mese non significa risolvere uno scandalo che dura da oltre un decennio. Anche sul piano fiscale le aspettative sono rimaste deluse. La tassazione agevolata degli aumenti contrattuali e dei premi di produttività è stata riconosciuta al lavoro privato. I dipendenti pubblici sono rimasti esclusi. La discriminazione continua: lo Stato protegge dal fisco gli aumenti e i premi dei lavoratori privati, ma non applica lo stesso principio ai propri dipendenti. Non ricordiamo tutto questo per alimentare una polemica retrospettiva, ma perché davanti a noi c’è una nuova manovra e, nel frattempo, nel lavoro pubblico sono stati compiuti importanti passi avanti che non devono essere dispersi.

L’accordo sul nuovo contratto triennale delle Funzioni centrali rappresenta un risultato significativo. Per una volta, la contrattazione si è svolta durante il periodo di vigenza effettiva del contratto. Non è un dettaglio: troppo spesso i dipendenti pubblici hanno ricevuto gli aumenti con anni di ritardo, quando l’inflazione ne aveva già consumato una parte consistente. Il nuovo accordo riguarda le retribuzioni, il trattamento accessorio, la valorizzazione delle professionalità, il lavoro agile e l’intelligenza artificiale. Sono risultati che abbiamo contribuito a costruire e che rivendichiamo.
A questo governo, come ai precedenti, Confsal-UNSA non ha mai fatto sconti. Ma non abbiamo mai negato i passi avanti compiuti. Proprio per questo governo e Parlamento non possono fermarsi adesso. La prossima Legge di Bilancio non deve trasformarsi nella consueta diligenza assaltata da partiti, gruppi di pressione, territori e singoli parlamentari, ciascuno alla ricerca di una misura da esibire ai propri elettori. Con l’avvicinarsi di un anno elettorale, la tentazione di moltiplicare bonus, mance e provvedimenti di corto respiro sarà più forte. Ma i diritti dei dipendenti pubblici non possono essere sacrificati per finanziare questa corsa alla diligenza. Il lavoro pubblico non è una riserva di cassa. I dipendenti pubblici rendono possibile ogni giorno il funzionamento dello Stato, garantendo servizi, diritti, sicurezza, giustizia e assistenza. La prossima manovra deve sostenere il percorso aperto dal nuovo contratto, con risorse per il salario accessorio, la professionalità, le progressioni, la formazione e il ricambio generazionale. Va inoltre eliminata la disparità fiscale tra lavoro pubblico e privato: aumenti, premi, indennità e salario accessorio devono ricevere lo stesso trattamento. Le regole e il campo di gioco devono essere uguali per tutti. Ma la vera prova sulla volontà politica del governo e del Parlamento riguarda il TFS. Su questo tema siamo arrivati a un punto di non ritorno. Il trattamento di fine servizio non è un premio, un sussidio o una benevola concessione dello Stato. È retribuzione differita: denaro guadagnato dal lavoratore nel corso di decenni di attività e accantonato per essere corrisposto alla conclusione del servizio. Trattenere quelle somme per anni significa impedire alle persone di utilizzare risorse proprie in una fase delicata della vita, per sostenere la famiglia, affrontare spese sanitarie o vivere con maggiore serenità dopo il pensionamento. Ancora più paradossale è proporre al lavoratore un anticipo bancario: dovrebbe indebitarsi e pagare interessi per ottenere soldi che gli appartengono già e che lo Stato continua a trattenere. Non esiste una giustificazione accettabile per una simile pratica. Le norme sul pagamento differito furono introdotte in una fase di grave emergenza finanziaria. Una misura presentata come eccezionale è diventata strutturale, come spesso accade quando i sacrifici vengono imposti sempre alle stesse categorie. Nel frattempo, la Corte costituzionale è intervenuta ripetutamente. Con le pronunce del 2019 e del 2023, originate da ricorsi presentati proprio dal nostro sindacato, la Consulta aveva già chiarito che il differimento prolungato compromette la natura retributiva del TFS ed entra in contrasto con i principi dell’articolo 36 della Costituzione.
La giusta retribuzione, infatti, non dipende soltanto dall’ammontare delle somme dovute, ma anche dalla tempestività con cui vengono corrisposte. Con l’ordinanza n. 25 del 2026, scaturita ancora una volta da una nostra iniziativa, la Corte ha compiuto un ulteriore passo. Ha ribadito il contrasto con i principi costituzionali e ha giudicato insufficienti gli interventi legislativi approvati finora. La riduzione da dodici a nove mesi per alcune categorie e il pagamento accelerato previsto in casi particolari non costituiscono, secondo la Consulta, l’avvio di un’effettiva eliminazione dei meccanismi di differimento e rateizzazione. Non bastano più piccoli correttivi. Serve una riforma strutturale.

La Corte ha scelto di non cancellare immediatamente le norme, considerando l’impatto di una decisione retroattiva sui conti pubblici. Ma non ha concesso alla politica un nuovo rinvio a tempo indeterminato: ha fissato una nuova udienza per il 14 gennaio 2027, nella quale verificherà se il Parlamento avrà adottato una riforma capace di programmare l’eliminazione dei meccanismi dilatori. È difficile interpretare questa decisione in modo diverso da un vero ultimatum istituzionale.
La Consulta ha lasciato alla politica la scelta della gradualità, degli strumenti e delle coperture. Non le ha lasciato la facoltà di continuare a non decidere. La prossima Legge di Bilancio è quindi l’ultima occasione utile prima della nuova udienza. Governo e Parlamento non potranno presentarsi a quell’appuntamento con un’altra riduzione di pochi mesi, una nuova convenzione bancaria o una promessa futura. Occorre una norma che indichi tempi, risorse e scadenze. Confsal-UNSA chiede che almeno i primi 50 mila euro del TFS siano corrisposti entro tre mesi a tutti i dipendenti pubblici, senza discriminazioni legate alla modalità con cui accedono alla pensione. Chiede un programma pluriennale per eliminare completamente il differimento e la rateizzazione e, durante l’eventuale fase transitoria, un’adeguata rivalutazione delle somme dovute, affinché il lavoratore non subisca anche la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione. Siamo consapevoli che una riforma di questo tipo richiede risorse significative e una programmazione finanziaria seria. Ma gradualità non significa immobilismo. Gradualità significa indicare una meta, stabilire le tappe, stanziare le risorse e fissare una data entro la quale ogni lavoratore potrà finalmente ricevere la propria liquidazione in tempi ragionevoli. Ridurre l’attesa di qualche mese e rimandare tutto il resto significa soltanto prolungare l’ingiustizia. Per anni i dipendenti pubblici hanno aspettato contratti, assunzioni, progressioni e liquidazione, continuando a garantire servizi anche tra emergenze, carenze di personale e trasformazioni tecnologiche. Oggi quella pazienza è quasi esaurita. Lo è anche quella della Corte costituzionale, che ha dato al Parlamento un tempo preciso e ha già fissato la data in cui chiederà conto delle decisioni adottate.

La prossima manovra dirà se il nuovo contratto delle Funzioni centrali rappresenta l’inizio di una politica diversa oppure soltanto una parentesi positiva, e se governo e Parlamento affronteranno le ingiustizie strutturali o disperderanno le risorse nella corsa preelettorale. Noi continueremo a proporre soluzioni, vigilare sulle scelte della politica e difendere in ogni sede i diritti dei lavoratori. Ma non accetteremo che le esigenze dei dipendenti pubblici vengano nuovamente sacrificate per finanziare l’assalto alla diligenza della campagna elettorale. Sul TFS il tempo delle attese, dei richiami e dei piccoli correttivi è finito. La precedente Legge di Bilancio è stata discussa e approvata, ma non ha risolto lo scandalo. Adesso è necessario intervenire una volta per tutte. Perché la sopportazione può essere una virtù, ma non quando viene utilizzata dagli altri come una scusa per continuare a negare un diritto. E i dipendenti pubblici hanno già sopportato abbastanza.

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