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Nella Pa ci sarà spazio per 680mila lavoratori agili nel 2022

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Il lavoro agile non è al capolinea. Anzi, finita la pandemia, continuerà a coinvolgere più di 4 milioni di lavoratori, di cui circa 700mila nella Pa. È quanto emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio sullo smart working della School of management del Politecnico di Milano. Così il responsabile scientifico dell’osservatorio Mariano Corso: «In molte organizzazioni, soprattutto Pmi e Pa, si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese».

I numeri

A marzo 2021, a un anno dal primo lockdown, l’Osservatorio stima che siano stati 5,37 milioni gli smart worker italiani, di cui 1,95 milioni nelle grandi imprese, 830mila nelle Pmi, 1,15 milioni nelle microimprese e 1,44 milioni nella Pa. Nel secondo trimestre il numero ha iniziato progressivamente a diminuire fino a 4,71 milioni, con il calo più consistente nel settore pubblico (1,08 milioni). A settembre il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. Nelle grandi imprese e nelle Pa il lavoro da remoto continua tuttavia a essere ampiamente diffuso, con una media rispettivamente di 4,1 e di 3,6 giorni a settimana. «Al termine della pandemia le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre: si prevede saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle Pmi, 970mila nelle microimprese e 680mila nella Pa», sottolinea la ricerca.

Le differenze

La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori. Emergono tuttavia delle differenze fra le organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione. Se nel privato il 55% delle grandi aziende ha avviato interventi di modifica degli spazi dell’organizzazione per adattarli al nuovo modo di lavorare, nel pubblico si è mosso in questa direzione giusto il 25% delle pubbliche amministrazioni. Fra le grandi imprese che hanno definito o stanno definendo un progetto di smart working, il 40% afferma che il progetto non era presente prima dell’emergenza e che è stata la pandemia l’occasione per introdurlo. Nel pubblico progetti di questo tipo risultavano assenti prima del virus nell’85% delle Pa.

Pro e contro

Per il 39% dei lavoratori lo smart working si è tradotto in un miglioramento del work-life balance. Il 38% degli smart worker si sente più efficiente nello svolgimento della propria mansione da remoto e il 35% più efficace. Secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori. Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa forzato hanno anche avuto alcune ripercussioni negative. Il tecnostress, cioè gli impatti negativi a livello comportamentale o psicologico causati dall’uso delle tecnologie, ha interessato per esempio un lavoratore su quattro e in misura maggiore gli smart worker (28% contro il 22% degli altri dipendenti). L’overworking, che consiste nel dedicare un’elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo, ha colpito il 13% dei lavoratori e in particolare gli smart worker.

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