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Milioni di lavoratori in pensione con metà dello stipendio. Penalizzato uno statale su tre

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In pensione sempre più tardi e con gli assegni sempre più bassi (per il 30 per cento degli statali meno della metà rispetto alla retribuzione media della vita lavorativa) e un gap gender più ampio. È uno scenario da incubo quello disegnato dagli esperti di Moneyfarm, società di consulenza finanziaria indipendente, sul futuro della previdenza italiana, con milioni di lavoratori in pensione (in particolare dipendenti pubblici, come detto) con la prospettiva di andare a riposo con metà dello stipendio.

Nel 2024 in Italia il rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil – uno degli indici con cui si misura la sostenibilità del welfare pubblico – salirà al 16,2% dal 15,8% del 2023: un aumento dovuto anche alla rivalutazione delle pensioni per effetto dell’inflazione e che inciderà in modo significativo sul futuro del sistema pensionistico e dei cittadini. E occorre ricordare che, nel 2010, si prevedeva un rapporto spesa/Pil del 15% per il 2020 e attorno al 16% per il 2045: un solo punto percentuale equivale a circa 19 miliardi all’anno di spesa pensionistica.

Le conseguenze

La situazione è delicata: nel 2024, per la prima volta dalla Riforma Monti-Fornero del 2011, il governo ha modificato le regole non solo per chi è vicino all’età pensionabile (Quota 103 e Opzione Donna), ma anche per coloro che hanno iniziato a lavorare a partire dal 1996 e che rientrano nel sistema di calcolo contributivo. Per questi lavoratori “giovani”, secondo l’ultima indagine effettuata da Moneyfarm, si allontana la possibilità di pensione anticipata tre anni prima del requisito di vecchiaia (oggi pari a 67 anni): il valore della pensione dovrà infatti essere pari ad almeno 1.320 euro netti al mese (3 volte l’assegno sociale, prima era 2,8); tale soglia scende leggermente per le lavoratrici con un figlio (2,8 volte) e con due o più figli (2,6 volte). Inoltre, negli anni dell’anticipo (fino al compimento dei 67 anni), la pensione non potrà essere più elevata di circa 2.230 euro netti al mese (38.910 euro lordi all’anno, pari a 5 volte il trattamento minimo). Buone notizie solo per chi avrà pensioni basse: si restringe infatti la platea di chi rischia di andare in pensione a 71 anni e oltre con la pensione di vecchiaia contributiva (prima la soglia minima di pensione era di 672 euro netti al mese, mentre oggi è scesa a 534).

Le criticità

Secondo l’Ocse, chi entra oggi nel mondo del lavoro passerà circa un terzo della propria vita futura in pensione ma, a partire dal 2030 circa, la situazione per i conti pubblici corre il rischio di complicarsi ulteriormente con l’ingresso in pensione di molti Boomers. Tra l’altro, a fine 2022, si registrano quasi 2,5 milioni di “silenti”, ossia persone che possiedono un fondo pensione ma che hanno smesso di versare, dei quali circa la metà da oltre 5 anni. La previdenza integrativa è ancora poco diffusa, a livello nazionale: per quasi una posizione su quattro il capitale accumulato non supera i 1.000 euro complessivi. Insomma l’emergenza previdenza in Italia è evidente: la pensione è sempre più lontana e milioni di lavoratori andranno in pensione con metà dello stipendio. E in questa situazione solo 26 italiani su 100 stanno attivamente mettendo da parte dei risparmi in strumenti di previdenza complementare. Inoltre, mediamente, anche chi sottoscrive una qualche forma di previdenza integrativa si iscrive tardi, versa poco, con un profilo di rischio basso e preferisce riscattare l’intero capitale.

I giovani

Per la prima volta dalla Legge Fornero del 2011, la Riforma pensionistica 2024 ha coinvolto anche i lavoratori “giovani”, cioè coloro che hanno iniziato a lavorare a partire dal 1996: ma secondo l’indagine Moneyfarm proprio le donne risultano estremamente penalizzate, verrà loro versata una pensione fino al 26% inferiore a quella degli uomini. Purtroppo, i dati dell’indagine raccontano come l’obiettivo di poter contare sull’80% del proprio stipendio al momento della  pensione appartenga al passato.

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