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Milano sfratta lo Stato, ed è un problema per tutti

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Il 19 febbraio tutto il personale dell’Agenzia delle Entrate della città metropolitana di Milano sarà in sciopero, ma a manifestare per le strade della città, da via Manin a Largo 11 Settembre 2001 (Prefettura di Milano), non dovrebbero essere solo i lavoratori, ma anche i cittadini, perché quello che sta succedendo a Milano è un segnale gravissimo di una tendenza che colpisce in primo luogo la cittadinanza tutta. E non solo a Milano.

L’agitazione promossa da Confal-UNSA e da tutti gli altri sindacati (Cgil, Cisl,Uil, Flp ed Usb) è rivolta a contrastare il trasferimento in periferia della storica sede milanese dell’Agenzia delle Entrate, ma rivela un disagio più profondo che non riguarda solo i dipendenti coinvolti, ma anche il ruolo che le trasformazioni immobiliari svolgono nel futuro dei centri storici italiani.

La sede in questione si trova nel cuore di Milano, all’angolo tra via Manin e via della Moscova, in pieno centro città. Qui si concentrano decine di uffici direzionali e sportelli in cui cittadini e professionisti di tutta la Lombardia si rivolgono quotidianamente per questioni fiscali

Secondo i piani dell’amministrazione, questa sede storica — oltre a quella di piazza Stuparich che ospita un altro ufficio cittadino — verrà progressivamente dismessa. Gli uffici e i dipendenti saranno spostati in nuove sedi periferiche, tra cui un grande edificio in zona Lorenteggio, il cosiddetto “Palazzo Vodafone” e, per alcune articolazioni, in via Pampuri, entrambe aree decisamente meno centrali e servite rispetto alla posizione attuale.

La storia di questo immobile, però, e delle scelte delle amministrazioni, centrali e periferiche, che lo hanno riguardato, risale indietro nel tempo, ai primi anni duemila, allorquando l’immobile venne dismesso e ceduto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze al FIP (Fondo Immobili Pubblici, che nonostante il nome e il fatto di essere stato promosso dal Ministero dell’Economia, non è pubblico, ma un fondo chiuso, riservato a investitori istituzionali e gestito dalla società del gruppo Finnat, Investire Sgr). L’operazione in questione si fece al prezzo di 174 milioni di euro, cioè con uno sconto di 76 milioni, visto che lo stesso immobile all’epoca era stato stimato dall’Ufficio Tecnico Erariale (UTE): 250 milioni di euro!

Una volta ceduto il palazzo, l’Agenzia delle Entrate ha continuato a occupare gli uffici, ma pagando alla nuova proprietà un canone annuo di circa 12 milioni, che, nei circa venti anni trascorsi, ha comportato un esborso di circa 250 milioni di euro, più o meno quanto valutato all’origine il palazzo. Ora, al netto di tutti i ragionamenti che si possono fare su quanto sia stata lungimirante per lo Stato questa operazione di sale and lease back (vendere un proprio bene a un fondo per poi pagare un canone periodico per continuare a utilizzarlo), resta il fatto che non essendo più pubblica la proprietà, ci si espone alle scelte del soggetto privato, che si muove nell’ottica di ottenere il massimo vantaggio economico dal proprio asset. Infatti, scaduto il contratto ventennale, al fondo immobiliare i 12 milioni di canone annuo non sono più bastati e la prospettiva di cedere a caro prezzo (non certo a sconto), un immobile tanto prestigioso si è fatta decisamente allettante. Di qui la decisione di sfrattare l’Agenzia delle Entrate per fine locazione, atto che, dopo la trafila dei ricorsi, è diventato definitivo con la recente sentenza della Corte d’Appello di Milano. È finita, insomma, come era facile prevedere fin dal 2004, cioè all’epoca della cessione dell’immobile a Fip: ai privati gli spazi del centro storico, ai servizi pubblici il trasferimento in periferia.

Ora, nessuno vuol negare che le città cambino negli anni. È nella loro natura. Ma non tutti i cambiamenti sono neutri. Negli ultimi anni, nei centri storici italiani, è andata affermandosi una tendenza che merita attenzione: la trasformazione di immobili pubblici di pregio — sedi di uffici della pubblica amministrazione, poste, caserme — in spazi commerciali, turistici o residenziali di fascia alta, spesso dopo il trasferimento delle funzioni pubbliche in periferia.

Un processo che, pur con caratteristiche proprie, ricorda da vicino la gentrificazione, ossia quel fenomeno urbano che si verifica quando un quartiere popolare o degradato viene riqualificato e attira residenti e attività economicamente più forti. All’inizio i benefici sono evidenti: edifici ristrutturati, maggiore sicurezza, nuovi servizi. Col tempo, però, aumentano affitti e prezzi delle case. I residenti storici — famiglie, anziani, piccoli commercianti — spesso non riescono più a sostenere i costi e sono costretti a spostarsi altrove.

Non è solo una trasformazione edilizia: è un cambiamento sociale.

Nel caso italiano, il processo assume una forma particolare. Non sempre si parte da quartieri degradati. Spesso si interviene su immobili pubblici prestigiosi situati nei centri storici e l’operazione segue, quasi sempre, uno schema ricorrente: si trasferiscono uffici pubblici in aree periferiche o in edifici più moderni; l’immobile storico viene dismesso o valorizzato; la nuova destinazione è commerciale, turistica o residenziale di lusso; l’area circostante aumenta di valore e cambia composizione sociale.

Il centro storico si trasforma così in una “vetrina” economica, sempre più orientata al consumo e meno alle funzioni quotidiane dei cittadini.

Nel cuore di Milano, l’ex Palazzo delle Poste di Piazza Cordusio è stato trasformato in uno spazio commerciale di alta gamma, che ospita anche la Starbucks Reserve Roastery. L’edificio, un tempo simbolo di un servizio pubblico accessibile a tutti, è diventato un luogo iconico del consumo globale. L’operazione si inserisce, quindi, in una più ampia trasformazione dell’area, sempre più orientata al turismo internazionale, al retail di lusso e ai servizi premium.

A Venezia, vicino al Ponte di Rialto, un edificio storico, già sede di funzioni pubbliche, è stato riconvertito nel centro commerciale T Fondaco dei Tedeschi. Il progetto ha restituito splendore architettonico a un immobile prestigioso, ma ha anche consolidato la vocazione del centro lagunare come spazio turistico e commerciale. In una città già segnata dallo spopolamento, la sostituzione di funzioni pubbliche con attività rivolte principalmente ai visitatori ha finito per accentuare il rischio di perdita di identità residenziale.

Anche a Roma diversi immobili pubblici — ex caserme, sedi ministeriali, edifici demaniali — sono stati e sono ancora al centro di progetti di valorizzazione immobiliare. In molti casi si punta a funzioni miste: residenze, commercio, spazi culturali. L’obiettivo dichiarato è ridurre i costi di gestione e generare risorse per le finanze pubbliche, ma, al di là della praticabilità di questi obiettivi, un risultato è certo: nel lungo periodo il centro della città sarà sempre meno uno spazio amministrativo e sempre più commerciale. A differenza della gentrificazione tradizionale, qui a cambiare non è tanto la popolazione residente, quanto le funzioni offerte alla cittadinanza: da pubbliche a private, da collettive a orientate al mercato. Ma se al centro togliamo gli uffici pubblici e i servizi, per dare spazio ad attività ad alta redditività, alla fine il risultato è sempre lo stesso: aumentano i valori immobiliari e si riduce la platea di chi può usufruire dei servizi, che sono ovviamente ad alto costo.

La questione centrale diventa allora politica: il centro storico deve essere il luogo simbolico della presenza dello Stato e della vita civica, o un motore di valorizzazione economica e attrazione turistica? E la risposta a questo quesito è importante, perché la sfida non è arrestare il cambiamento, ma governarlo. Senza politiche abitative, servizi accessibili e un equilibrio tra funzioni pubbliche e private, il rischio è che il cuore delle città italiane diventi sempre più bello — ma sempre meno vissuto dai suoi cittadini.

Tornando, quindi, al palazzo di via Manin, vorrei concludere questa nota con una riflessione. Che sia un gioiello architettonico lo testimoniano le frotte di visitatori che si affollano, nei 58.000 mq coperti e nei 3.500 mq di superfici scoperte, durante le giornate del FAI, quando l’immobile viene reso fruibile alla cittadinanza. Sorto negli anni ’30 del secolo scorso per riunire in un unico edificio tutti gli uffici che allora si occupavano di imposte e tasse, la sua precipua funzione venne plasticamente immortalata dall’autore, l’architetto Eugenio Marelli, attraverso le quattro statue che adornano la torretta che sovrasta l’entrata e che simboleggiano la Finanza, il Lavoro, lo Stato e la Legge. Probabilmente loro si salveranno dalla deportazione al Lorenteggio e resteranno al proprio posto anche nella nuova destinazione del palazzo (si dice che sarà un nuovo albergo di lusso per milionari), ma ciò che rappresentano non c’è più. In questa storia, Finanza, Lavoro, Stato e Legge hanno già tutti fallito!

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