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Massimo Battaglia: «Adesso misure strutturali a sostegno del reddito dei dipendenti pubblici»

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Massimo Battaglia guiderà il sindacato Confsal Unsa per i prossimi quattro anni. I delegati al congresso nazionale di Riccione lo hanno riconfermato segretario generale della federazione all’unanimità. Resterà in carica fino al 2026. 

Segretario Battaglia, è contento di questa rielezione?

«Per me è la terza rielezione, devo dire che è stato un momento intenso, fatto di grande emozione e di soddisfazione. Bello ritrovarsi dopo la pandemia: ci siamo potuti confrontare e riabbracciare. Mi sento circondato dall’affetto di tanti amici, di tanti delegati che ci hanno raggiunto da tutta Italia per questa occasione importante. I dati Rsu evidenziano che, al di là della riconferma della rappresentanza nei ministeri chiave, come Giustizia ed Esteri, siamo cresciuti anche nelle agenzie fiscali e al Tesoro, diventando la prima forza. Per la nostra federazione è stato letteralmente un trionfo».

Quali le priorità ora?

«Innanzitutto gli stipendi, non possiamo accettare soluzioni tampone quali i 200 euro una tantum. Il congresso mi ha investito di un impegno ben preciso: chiedere al governo che nel prossimo triennio vengano attuate misure strutturali a sostegno del reddito dei lavoratori. Le proiezioni di Confindustria paventano un’impennata dell’inflazione, che in assenza di interventi di mitigazione, rischia di sfiorare il 15%. Di questo passo gli stipendi non basteranno più, servono misure più forti. Ci prepariamo a presentare le nostre richieste direttamente al ministro per la Funzione pubblica e a quello dell’Economia. Il governo dovrà varare delle misure straordinarie che consentano la sopravvivenza di imprese e famiglie».

Come si immagina l’interlocuzione con il governo? In questi anni i rapporti tra classe dirigente e sindacati non sono sempre stati fluidi, forse anche per colpa anche di un sindacato che a volte non ha saputo farsi portavoce degli interessi dei propri iscritti.

«Credo che occorre fare un poco di autocritica. Molte confederazioni hanno pensato in questi anni ad altri interessi e hanno abbandonato i lavoratori a loro stessi, esattamente come ha fatto la politica. Ecco perché molti hanno lasciato il sindacato: noi siamo cresciuti, ma in generale i dati evidenziano che i sindacati confederali hanno subito una seria battuta d’arresto, che nei numeri supera ampiamente i nostri dati di crescita. Non è un fatto di cui il mondo del lavoro possa andare fiero. Il sindacato deve riconquistare il proprio ruolo, la difesa dei lavoratori è fondamentale in uno scenario come quello attuale. Ecco perché ci rivolgeremo al governo con rinnovato slancio e con grande decisione: abbiamo delle proposte concrete per far aumentare i posti di lavoro e per snellire procedure concorsuali del pubblico impiego».

Chiederete concorsi più agili per le assunzioni nella Pa?

«Occorre cambiare le modalità di assunzione dei dipendenti pubblici. Nonostante la riforma Brunetta, che prevede iter concorsuali della durata massima di 90 giorni, oggi si continuano a indire concorsi che prevedono procedure lunghe e articolate, con due prove orali e una prova di lingue per reclutare del semplice personale d’ufficio. Bisogna assolutamente sburocratizzare, dobbiamo dare alla Pa i lavoratori che effettivamente servono».

Qual è il futuro del sindacato? Qualcuno ha chiesto di svecchiare la classe dirigente.

«Dal rapporto intergenerazionale nascerà la nuova classe dirigente del sindacato. Proprio come in politica occorre una nuova mentalità: il cambiamento è necessario, una classe dirigente vecchia non ha visione di futuro. Stiamo lavorando per costruire la nuova classe dirigente, tra quattro anni l’Unsa sarà un po’ più giovane, in grado di conciliare le vecchie battaglie con nuove proposte».

A proposito di giovani e di nuove proposte, uno dei temi più attuali è lo smart working. Lei cosa ne pensa?

«Ogni novità ha i suoi pro e i suoi contro. Lo smart working implica benefici e criticità. Le multinazionali ci hanno mostrato come è possibile risparmiare sui costi, anche strutturali, grazie al lavoro “home office”. Lo smart working potrebbe essere un’ottima soluzione anche per la Pa, che potrebbe risparmiare miliardi di euro in affitti, spese di gestione e utenze e reinvestire risorse per garantire nuove assunzioni e aumenti di stipendio».

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