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Mariano Corso: «Nella Pa è fuga dallo smart working»

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Lo smart working migliora la performance del lavoratore, diminuisce lo stress, può attrarre nella Pubblica amministrazione i giovani talenti migliori, ed è anche una scelta green ed economica. Parola di Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working della School of Management Politecnico di Milano, che alla domanda sul perché, oggi, nella Pa si tenda invece a voler far tornare tutti in presenza, spiega: «Perché quello che è stato applicato finora non è stato vero smart woring. E non se n’è capito il potenziale, in controtendenza con il settore privato. 

Professore, a che punto è lo smart working in Italia?

«Partiamo da un dato di fatto. Lo smart working, sicuramente nel mondo privato, specie della grande impresa, è un modello ineludibile che le organizzazioni hanno intenzione non solo di mantenere, ma anche di consolidare. E questo emerge chiaramente dalle ultime rilevazioni che abbiamo fatto, che presenteremo a fine mese, e che parlano, per le grandi imprese private, di numeri molto vicini a quelli che sono stati raggiunti nel picco della pandemia» . 

In molte aziende private, quindi, la forma di lavoro prevalente…

«Sì. Questo tipo di modello è in una fase di consolidamento: veniva utilizzato pre-pandemia da 600mila lavoratori, oggi siamo tra i 3 e i 4 milioni di lavoratori» . 

Perché allora nella Pa si sta andando nel verso opposto, con lo stesso ministro che ha più volte esortato a tornare in presenza a lavoro?

«Perché, come in altri casi, lo smart working è stato considerato come una misura emergenziale e non si sono visti i potenziali benefici di un’applicazione a regime. E questo perché? Perché, in molti casi, lo smart working è stato applicato in modo parziale e sbagliato» . 

Cioè?

«Lo smart working è un modello organizzativo che ha come obiettivo quello di passare a una maggiore responsabilizzazione del lavoratore sui risultati, dunque a un lavoro per obiettivi, e a una maggiore attenzione al miglioramento della performance. Per fare questo si dà una maggiore autonomia e flessibilità al lavoratore in termini di scelta del luogo di lavoro, in termini di orari e gestione degli orari di lavoro e di strumenti manageriali. Lo smart working vero passa da un accordo individuale e non è un diritto, non è un contratto, men che meno collettivo, ma è una possibilità che viene offerta al lavoratore, che se sceglie di prendersi questa autonomia, deve scegliere anche di raggiungere dei risultati» .

Un modello molto lontano da quello che abbiamo visto in Italia durante la pandemia…

«Quello che è stato fatto da molte amministrazioni, e anche da molte aziende, è stato semplicemente tutti a casa, senza però mettere in discussione il resto dell’organizzazione. Ma se io ti faccio lavorare da casa, ma ti sto controllando nello stesso modo di prima e non lavoro sul modello manageriale, quello non è smart working: sto semplicemente dislocando diversamente, in modo anche un po’ disordinato, le postazioni, creando, peraltro, una montagna di stress ai lavoratori. Quello che abbiamo rivelato è che questi lavoratori da remoto, che non sono smart worker, non stanno meglio. Mentre sono decisamente più ingaggiati quelli che fanno realmente smart working» .

Qual è stato il problema nella Pa?

«La pubblica amministrazione è stato il luogo di lavoro dove, durante la pandemia, c’è stato il salto più significativo: si è passati da 45mila smart workers a un picco di 1 milione e otto durante la pandemia. A fronte di questo, la Pubblica amministrazione è stata piuttosto carente nel passare dalla flessibilità di luogo al cogliere l’occasione, come era nelle intenzioni della riforma Madia, per ripensare il lavoro pubblico, produrre maggiore managerialità, digitalizzazione, rinnovamento, risultati. Tutto questo non c’è stato» . 

Anzi, con Brunetta si torna in presenza. 

«Il Dpcm Brunetta afferma che esiste una forma ordinaria di lavoro ed è il lavoro in presenza, e che in ogni caso ci deve essere una prevalenza per tutti i lavoratori di presenza in ufficio. Quindi da quel milione e otto di lavoratori pubblici in smart working durante la pandemia, ora siamo nell’ordine dei 6-700mila. Mentre nelle grandi aziende private si stanno consolidando i numeri raggiunti durante il picco pandemico, nella pubblica amministrazione no».

Ci sono evidenze che un utilizzo massivo di smart working vero migliori le prestazioni lavorative?
«La risposta è certamente sì: si aumenta l’engagement dei dipendenti, e in generale, lavorando per obiettivi ognuno è portato a misurarsi e quindi a migliorare i risultati. Inoltre cala l’assenteismo, aumenta la produttività nell’ordine del 15/20%.E poi c’è una riduzione di costi, perché si riduce il costo degli spazi e il costo per l’energia. Insomma, ci sono tutta una serie di elementi di razionalizzazione e ottimizzazione del sistema complessivo che poi vanno a creare il beneficio per il lavoratore, per l’azienda, e per tutta la collettività».

Cosa suggerirebbe allora al prossimo ministro della Funzione pubblica? 

«Siamo in uno snodo, perché la pubblica amministrazione è di fronte a una duplice sfida: mettere a terra il Pnrr e rinnovarsi con un pesante cambiamento generazionale. Stiamo vivendo un momento di turn over importante, e in un momento come questo, per rendersi competitiva, la pubblica amministrazione deve avere un’organizzazione che sia attrattiva per persone di talento» . 

Come?

«Quando i giovani fanno i colloqui, oggi, la prima domanda che fanno è quanto ricorso si fa allo smart working. La logica del cartellino, del presenzialismo, oggi è diventata agli occhi dei lavoratori, soprattutto quelli giovani e con professionalità ambite, assolutamente irricevibile. Il ministro dovrebbe, innanzitutto far sì che la pubblica amministrazione di questo Paese, in un momento di trasformazione demografica e tecnologica come quello in cui siamo, sia nelle condizioni di attrarre i talenti migliori. Proponendo anche uno smart working vero, che aumenta, ad esempio, anche la digitalizzazione del lavoro e aiuta a diminuire i consumi energetici e quelli in carburante. Con un importante impatto sui conti pubblici e sull’ambiente» .

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