Il problema del ritardo nel pagamento del Tfs/Tfr per i dipendenti pubblici potrebbe avere una prima, parziale, risposta. Nella legge di Bilancio potrebbe entrare infatti una norma per accelerare i tempi del pagamento del Tfs e del Tfr agli statali. Allo studio ci sarebbe un meccanismo basato su dei prestiti che potrebbero essere erogati dalla Cdp all’Inps allo scopo di anticipare quanto meno il pagamento di una prima quota della liquidazione. A riportare l’indiscrezione è stato il Sole24Ore. Al momento l’unica possibilità di anticipo che esiste è quella del prestito bancario fino a 45 mila euro. Ma si tratta di una via onerosa per i dipendenti pubblici, costretti a riconoscere alle banche un tasso di interesse sopra al 3 per cento su questi prestiti. Il tentativo del governo di provare a dare una prima, seppur parziale, risposta ai dipendenti pubblici sulla loro liquidazione, dipende dal timore di un nuovo intervento della Corte Costituzionale. L’ultima pronuncia, arrivata su un ricorso di Confsal-Unsa, aveva rimandato la palla nel campo del governo e del Parlamento chiedendo un intervento. Il Tfs, aveva detto la Consulta, non può essere “sequestrato” dallo Stato. Per i giudici supremi non ha importanza quanto costa alle casse pubbliche pagare nei tempi il Tfs perché nessuna cifra, avevano scritto nella sentenza, può “rendere tollerabile il protrarsi dell’inerzia legislativa”. Non va dimenticato che oggi il Tfs viene versato ai lavoratori fino a 7 anni dopo il pensionamento.
Età pensionabile: si lavorerà un mese in più
Quello delle pensioni è uno dei capitoli più delicati della prossima legge di Bilancio. Si va verso una sterilizzazione selettiva dell’adeguamento dell’età pensionabile. Dovrebbero beneficiare del “congelamento” i lavoratori usuranti e precoci e quelli che nel 2027 avranno compiuto 64 anni. Per questi lavoratori l’età contributiva resterebbe quella attuale: 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Per tutti gli altri, con l’adeguamento demografico in arrivo nel 2027 questo requisito aumenterebbe a 43 anni e 1 mese per gli uomini e a 42 anni e 1 mese per le donne. L’alternativa al vaglio del governo prevede l’aumento graduale dell’età pensionabile. Si ragiona su un meccanismo a scatti: 1 mese in più nel 2027, 2 mesi nel 2028 e tre mesi nel 2029. Si tratterebbe di un compromesso tra il blocco totale e quello selettivo. Congelare integralmente l’aumento dei requisiti per tutti comporterebbe un costo di circa 3 miliardi di euro. A parlare di «sterilizzazione selettiva» è stato lo stesso ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti. Nei giorni scorsi il titolare del Tesoro ha usato proprio questa formula rispondendo alle domande dei parlamentari in audizione sul Dpfp, il documento che fa da cornice alla legge di Bilancio. Insomma, la decisione sembra presa: l’adeguamento dovuto all’aspettativa di vita non sarà bloccato completamente. I lavoratori che hanno iniziato a lavorare presto e che matureranno l’anzianità contributiva prima di raggiungere i 64 anni sono alla finestra. Con la “sterilizzazione selettiva” quelli che raggiungeranno 42 anni e 10 mesi di contributi nel 2026, ma avranno 62 anni di età nel 2027, sarebbero costretti a lavorare tre mesi in più o attendere i 64 anni per uscire.
Uscite anticipate
Che fine faranno Quota 103, Opzione donna e Ape sociale? Le tre misure dovrebbero essere prorogate per il 2026. Nei giorni scorsi anche il ministero del Lavoro guidato da Marina Calderone aveva chiesto la riconferma di Quota 103. Lo scivolo offre la possibilità di uscire dal lavoro con almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. Ma da quando sono state introdotte le penalizzazioni va detto che Quota 103 “tira” molto di meno. Anche il bonus Giorgetti per chi rimane al lavoro nonostante abbia maturato i requisiti per la pensione anticipata sarà riconfermato: resterà in vigore anche l’anno prossimo, ma la platea dei beneficiari potrebbe essere ridotta. La legge di Bilancio dovrà prevedere anche la perequazione, ovvero l’adeguamento annuale delle pensioni all’inflazione. La rivalutazione degli assegni previdenziali dovrebbe essere dell’1,7%. Il meccanismo a scaglioni, in vigore dal 2023, prevede che solo i trattamenti fino a circa 4 volte l’assegno minimo, 2.466 euro al mese circa, ricevano la rivalutazione piena. ll governo, infine, potrebbe autorizzare l’utilizzo del Tfr per integrare la pensione contributiva. In questo modo per chi è iscritto al sistema misto sarebbe più facile uscire dal lavoro in anticipo. Attualmente la legge consente l’uscita a 64 anni con almeno 20 anni di contributi purché l’assegno sia pari o superiore a tre volte l’assegno sociale, pari a circa 1.535 euro mensili. Trasformando il Tfr in rendita complementare raggiungere questa soglia diventerebbe più semplice.
