Una maggioranza che conta sul 59% dei seggi in Parlamento può farsi male soltanto da sola. E i partiti che sostengono il governo di Giorgia Meloni lo hanno fatto proprio su uno dei temi più sensibili per la valutazione dei mercati e delle cancellerie estere. Giovedì 27 aprile, facendo mancare il 51% dei voti necessari ad approvare la risoluzione collegata al Def che autorizza lo scostamento di bilancio (3,4 miliardi nel 2023 e 4,5 miliardi nel 2024), hanno di fatto affossato il Documento di Economia e Finanza ossia il testo che stabilisce le politiche economico-finanziarie del governo e stabilisce i saldi, cioè i limiti entro cui l’esecutivo si può muovere. In sostanza le cifre che definiscono la credibilità e l’affidabilità dello Stato italiano.
Certo, il giorno successivo, approvando un nuovo testo con cambiamenti minimi, la Camera ha messo una pezza, ma il danno ormai è fatto e derubricarlo a “brutta figura”, come a caldo ha provato a farlo passare la premier, non ne sminuisce la portata perché avrà pesato anche il lungo ponte (circostanza che però all’estero si fa fatica a comprendere e non solo perché il 25 aprile è una festività solo italiana), ma se su una votazione chiave mancano almeno una trentina di parlamentari di maggioranza vuol dire che un malessere esiste. Anzi più di uno. Pesano le tensioni sulle nomine pubbliche, i calcoli elettorali di ogni singolo partito, l’instabilità di un alleato chiave come Forza Italia che ha il suo leader gravemente malato, le frizioni interne alla Lega e la voglia di Matteo Salvini di tornare protagonista, ma anche l’insoddisfazione di tanti che nel Def e nel programma economico dell’esecutivo non hanno trovato risorse per i dossier cruciali per la propria parte o anche per il solo proprio collegio. E questo è il vero tema cruciale che va al di là della brutta figura.
La coperta, come si suol dire, è corta e il realismo impone di accantonare gran parte degli obiettivi sui cui il centro destra ha conquistato i voti nemmeno un anno f questi temi a, dalla flat tax alla cancellazione della riforma Fornero, eppure neanche rinviare a fine legislatura questi temi potrebbe bastare, perché la riforma del patto di stabilità in discussione a Bruxelles finirà inevitabilmente per ridurre ulteriormente la superficie della coperta stessa. Con la fine del 2023 si concluderà la moratoria imposta dall’emergenza Covid e i paesi Ue dovranno ricominciare a fare i conti con il patto di stabilità e la riforma, presentata dal vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis e dal commissario Paolo Gentiloni ha lasciato invariati i valori di riferimento del 3% e del 60% del Pil per il deficit e il debito, prevedendo solo un nuovo meccanismo di avvicinamento a quei limiti.
Secondo la riforma ogni Paese dovrà presentare un piano di rientro di medio termine (4 anni, estendibile di altri 3) indicando solo l’obiettivo di spesa, ma garantendo che il debito abbia un calo plausibile e che il deficit scenda o resti al di sotto del 3% nel medio termine. Per l’Italia, secondo i calcoli dei tecnici UE, questa “traiettoria tecnica” dovrebbe comportare una riduzione del debito di 14-15 miliardi all’anno se dovrà essere completata entro i 4 anni o di 8 miliardi se la finestra sarà estesa fino al settimo anno (in percentuale si parla di un taglio che va dallo 0,85% allo 0,45% del Pil). Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che fino all’ultimo si è battuto perché almeno fossero esclusi dal calcolo le spese per investimenti, a cominciare da quelle per il Pnrr, ha dovuto mettere le mani avanti dichiarando che “Il nuovo Patto di stabilità impone una rigorosa revisione della spesa, di tutta la spesa, compresi gli investimenti”. E potrebbe andare anche peggio, perché la Germania, anticipando le perplessità dei paesi del Nord Europa, vuole limitare la discrezionalità della Commissione UE nel valutare i piani dei singoli membri, una rigidità che non fa ben sperare sull’altro dossier spinoso sul tavolo europeo, quello del Meccanismo Europeo di Stabilità.
Il Mes, meglio noto anche come Fondo Salva Stati, è stato istituito dopo la crisi del debito sovrano del 2010 ed è stato utilizzato oltre che dalla Grecia, primo Paese Ue ad andare in default, anche da Irlanda, Portogallo, Cipro e Spagna. La sua attivazione serve a concedere assistenza finanziaria ai Paesi membri in difficoltà, ma prevede contestualmente un programma di aggiustamento macroeconomico che assomiglia molto ad un commissariamento del Paese stesso. Nel 2021 il Mes è stato riformato con un accordo internazionale firmato anche dall’Italia, ma Meloni ha promesso prima delle elezioni e intende mantenere il punto anche dopo, che l’Italia non ratificherà il Mes e men che mei vi farà ricorso, ed infatti è l’unico Paese dell’Unione che al momento non ha portato il testo di fronte al Parlamento e senza il via libera dell’Italia il nuovo meccanismo non può essere attivato, nemmeno per il fondamentale “backstop”, ossia il Fondo unico di risoluzione per le banche, indispensabile per far scattare il paracadute in caso una o più banche di un singolo paese dovessero rischiare di saltare per problemi di liquidità. Si capisce quindi perché da parte degli altri Stati, a cominciare dalla Germania, l’insofferenza per il ritardo dell’Italia nella ratifica di questo strumento sia ai massimi. L’impressione, a Bruxelles, è che l’Italia stia prendendo tempo per trattare migliori condizioni su altri dossier, come il Pnrr e lo stesso patto di stabilità. Una battaglia che si intreccia con quella strategica per cambiare gli equilibri all’interno del Parlamento Europeo e di conseguenza anche nella Commissione.
Meloni, che è leader dei conservatori europei, punta a sostituire i socialisti nell’intesa politica con i popolari. Il problema è che i paesi con cui la premier italiana è più in sintonia, quelli del cosiddetto gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), sulle regole di bilancio sono più vicini allo schieramento “frugale” dei Paesi del Centro Nord, intransigenti nel rispetto dei vincoli. Insomma, la partita delle relazioni internazionali per la premier è altrettanto complessa di quella in corso intorno ai conti pubblici. Per rafforzare la sua posizione sta giocando soprattutto la carta dell’ortodossia atlantica, sostenendo tutte le mosse della Nato nel Conflitto Russo-Ucraino, mantenendo un rapporto privilegiato con i suoi paesi di riferimento dell’Alleanza, Stati Uniti e Gran Bretagna. Una posizione così marcata causa, però, ulteriori frizioni interne alla maggioranza che in Lega e Forza Italia hanno forti componenti filo-russe. Sono tensioni che possono aver inciso anch’esse sulle assenze parlamentari nel voto sul Def. Non a caso la “brutta figura” si è verificata mentre Meloni era a Londra a colloquio con il premier Rishi Sunak, con cui la sintonia è forte, peccato che causa Brexit i britannici non fanno più parte del Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei. No, purtroppo per lei, il futuro della strategia europea di Meloni non passa per Londra ma per Parigi e Berlino. E il percorso è tutto in salita.
